Nove anni fa alloggiai in un appartamento a Siracusa dove ero convinto di aver già abitato, tanto che ne ricordavo le stanze, il soffitto basso e la foggia dei mobili. Era una specie di scantinato ma a suo modo grazioso, pieno in ogni angolo di animaletti in ferro battuto. Stava accanto a una caffè che già all'alba invadeva i vicoli di Ortigia col profumo delle pastafrolle al pistacchio e degli arancini, e a quattro passi da una cartoleria dove - senza esserci mai entrato - ero certo d'aver comprato un romanzo di Sciascia. In stagioni ancora più antiche - sarà stato il '99 - prenotai un albergo a Cattolica la cui sala da pranzo mi procurò un senso di vertigine: era come familiare, avrei saputo dire il colore delle pareti e la disposizione dei tavoli anche se mi avessero bendato. E lo stesso la camera che ci diedero: la seicentouno. Ci avevo già dormito, ne ero straconvinto. La sensazione arrivò all'improvviso, gelida, e la tenni per me. E poi in altre occasioni - in un emporio dell'usato a Pescasseroli, in una tovaglieria a Corfù - pur essendo come nei due casi precedenti la prima volta che mettevo piede da quelle parti, mi attraversò il sospetto che un frammento di Francesco, in un'epoca sognata, ci fosse già stato, e ora si divertiva alle mie spalle. I miei deja-vu sono eccentrici, non trovate? Non capitano se cammino su una piazza rinascimentale o sull'assito di una chiesa scandinava del mille e tre ma a contatto con posti dalla costruzione molto più recente. Il che mi fa ragionare sulla natura dei miei trasalimenti: son davvero legati a luoghi che ho viaggiato in una vita precedente o c'è un'altra spiegazione? Ci ragiono, ogni tanto, poi è una paura che dimentico: come tutte le cose che squadernano tendo a disarmarla un po'. Quando mi ci va la testa - e non è che sia di continuo - metto a fuoco il disordine, e quello prende a incasellarsi razionale. Allora, la teoria è questa: sono i posti dove avrei voluto vivere, che mi fanno l'incantesimo, non quelli dove ho già vissuto. I luoghi dove la mia vita sarebbe stata alternativa, aliena, forse più piena e soddisfatta. Sono le case, gli hotel, le botteghe del desiderio, non della memoria ancestrale. Il desiderio produce spaesamento - Che bello che sarebbe se fossi figlio di albergatori; Che bello sarebbe se avessi aperto un bric-à-brac; - e la suggestione fa il resto. Con buona pace di tutte le ipotesi affascinanti ma troppo fantastiche anche per un narratore di seconda mano.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
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