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Tuttavia

Ho cominciato a invidiare i miei nonni, persone dalla vita piana, che ero già adulto. Prima no, prima ero certo che si fossero annoiati a morte a fare per ottant'anni tutti i giorni lo stesso numero di passi dentro lo stesso tragitto - casa, lavoro, bottega di alimentari - e a pronunciare le medesime centocinquanta parole al cospetto di circostanze sempre uguali. Poi ho capito che quel sistema ripetuto dava loro una parvenza di eternità, perché a replicare all'infinito gli stessi comportamenti ci si illude che infiniti lo saranno sul serio, e di ingannare la morte. Neanche tutta quella accortezza di linguaggio era per malavoglia, o ignoranza, ma perché - da signori avveduti quali erano - sapevano che di parole davvero necessarie ne esistono poche e che la gran parte di esse sono inadatte a vestire degnamente i sentimenti. Dunque, io ho avuto voglia di una vita mossa finché non ha preso a muoversi schizofrenicamente, ed è stato come quei desideri che quando si realizzano diventano incubi. A quel punto mi sono difeso come ho potuto - l'ho raccontato altre volte, spero di non venirvi a noia -  e mi sono prescritto da solo certi farmaci salvavita che impropriamente chiamano libri, cinema e canzoni. E un giorno, preparando una lezione per una quinta ginnasio, ho trovato dentro a un canto una congiunzione che è la chiave di tutte le mutazioni, e di tutta la mia vita: il confine tra la sua parte immobile e quella eversiva. Lo conoscevo già, naturalmente, lo avevo letto da studente e poi da insegnante, ma non avevo mai intuito in quella particella lo strappo, il cambio di direzione, l'inversione di marcia prodigiosa. Avevo sempre fatto caso all'insieme, alla leggerezza sinistra che emana, e mai al dettaglio. Poi una sera che mia moglie era ormai morta e per necessità ero già diventato padre e madre, mi cadde il cuore su quello scherzo di lettere - otto in tutto - che han rivoluzionato il nostro modo di concepire l'esistenza. E lo capii in quell'istante il miracolo, e mai mi era balzata agli occhi una così grande magnificenza, nonostante fosse una poesia arcinota, citata a memoria anche dai somarelli e divenuta perfino, col tempo, una specie di proverbio popolare. Il trionfo di Bacco e Arianna, parlo di quella cosa lì. La frase terribile, la strofa, dove l'artista infila la leva con cui divelle il mondo è quella su cui cade la parola Tuttavia. C'è un prima e un dopo, rispetto a Tuttavia. Non solo nell'opera di Lorenzo, ma nella visione delle cose di ognuno. Non ho mai letto da nessun'altra parte una sintesi così micidiale, definitiva. Prima di Tuttavia c'è una festa senza dolore, una gioia gaiamente oscena. Danze, sesso, ebbrezza. Dopo c'è la realtà; non solo - banalmente - la scoperta della fine ma la scoperta che la fine è imprevedibile, e arriva a metà di una dolcezza profonda, al colmo di un dolore fitto o all'arrampicarsi in testa di un'idea che non farai in tempo a veder compiuta. Eccola, allora, la mia esistenza strappata, diseguale: il suo confine è Tuttavia, e le stagioni fragili che l'han seguita sono il contrario dell'abitudine, l'opposto della quotidianità. Condizioni che invece i miei nonni, con buona sorte ostinata, hanno assecondato scrupolosamente per tutta la vita.

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