Passa ai contenuti principali

Lo stupore

Non si guida con gli occhi chiusi ma io li ho chiusi solo per un momento, perché ho il parasole rotto e la luce sui campi e l'orizzonte era prodigiosa. Tra Tarquinia e Tuscania corrono venticinque chilometri di strada stretta e se li copri alle sei d'un pomeriggio di fine estate il mondo appare nitido come un film in HD, e tutta quella chiarezza acceca. I campi dalle gobbe brulle, le necropoli etrusche che si intuiscono pur dai finestrini, sono come intinti in un bagno d'oro, hanno lo stesso aspetto di tremila anni fa, quando il medesimo sole di oggi, a quest'ora e in questa stagione, già li colpiva di sbieco. Ho rallentato, la via era sgombra, così ho bruciato cento e più metri come fossi in quel romanzo di Saramago: cieco, e irresponsabile. Quando ho riaperto gli occhi tutta quella bellezza si era involgarita, era tornata una cosa ordinaria: temo si sia offesa della mia irriverenza. Ma io, al contrario, l'ho fatto per non saper cantare lo stupore, per non doverne scrivere - cosa che in realtà, smentendomi, sto facendo. Mi perdonerete allora se, come altre volte, alle storie che mi preme raccontare ci giro intorno, e non sono mai capace di colpirle al cuore. Pochi minuti prima io e mia figlia eravamo sulla spiaggia: un martedì d'altri tempi, uno svago deciso in fretta e furia. Io lavoro di giorno, lei di sera, e non ci combiniamo mai con gli orari. Ieri è successo, e non ci siamo fatti pregare, per partire. Sul lettino, mentre chattava con le amiche, e dopo, quando si metteva seduta a rovistare tra le creme solari, ha assunto le pose e ha mosso certi gesti di sua madre che mi hanno lasciato di stucco: era lei, era tornata giovane, e prendeva il sole senza scottarsi come a me non è mai riuscito. Anche lì ho chiuso gli occhi, li ho tenuti a quel modo per qualche secondo e poi ho guardato. Non so se sul serio due gocce d'acqua si somiglino così tanto come Alessandra e Susanna. So che un altro stupore, avamposto di quello di luce, dopo, sulla strada, ha intenerito il piccolo teatro che è la mia vita. L'allegria della mia ragazza, sulla strada di casa, alla fine, mi ha insospettito: che il lavoro di padre fatto in questo spavento di anni non sia tutto da buttar via?

Commenti

Post popolari in questo blog

Niente per sempre

C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e  a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

Il numero settecento

Mi sono perso. Ho girato a vuoto per certe colline che credevo familiari, il gps non prendeva, nei paraggi nessuno a cui chiedere la strada. Cercavo una certa locanda che in una canzone del settantatré viene cantata come un posto di frontiera,  ero certo esistesse davvero, volevo vedere com'è fatta, che gente la frequenta. Quando stavo per darmi per vinto l'ho trovata. I posti come questo, di confine, io li amo, li eleggo a covili di creatività perché là dentro passano mille venti, centomila viaggiatori, e ogni vento e ognuno di quei viaggiatori ha una storia da raccontare, e a intrecciarle ne viene fuori una inedita che ha in sé tutte le intonazioni delle altre ma una stravaganza solamente sua. Quando finisce il giorno in quegli avamposti lontani arriva il silenzio, le voci smettono di bisticciarsi e io posso abitare una veranda con vista sui campi di girasole come fossi in Alabama, e provare a confessare in libertà quello che ho in testa.  Eccola, l'eucarestia  della sc...

Lasciar andare

Forse ha ragione Alessandro Baricco quando dice che le cose passate vanno lasciate andare, senza mettersi a rincorrerle, senza trattenerle a tutti i costi, ma se facessimo davvero così, cosa rimarrebbe da scrivere? I compagni di scuola dell'ottantatré, gli occhiali da sole smarriti a Selinunte, gli amori creduti eterni, il sesso allegro con le amiche occasionali, non sono tutti pretesti narrativi di prim'ordine? Se li lasciassimo perdere, la bocca degli scrittori diventerebbe muta, e io non riuscirei a raccontarvi più niente. Io credo che scrivere - o raccontare a voce, che sono sostanzialmente gesti fratelli anche se uno è premeditato e l'altro innocente - sia la superbia più efferata: ti costringe a bagnare nel mito ogni stupido giorno. Se permettessi alle cose di scappare non ne avrei nostalgia, le scorderei, e la nostalgia è quella fune sottile che tiene insieme ieri e oggi, il momento in cui le cose accadono e l'altro, il momento in cui insistono per diventare paro...