Tra qualche settimana copriranno i campi da tennis con il pallone, per giocarci d'inverno. Da qui a un mese la notte gelerà e mi toccherà parcheggiare sotto le piante, per evitare che il vetro si ghiacci. Se mi volto vedo l'estate che è già passata, con la paura della colonscopia, la costipatissima costiera amalfitana, le temperature feroci, le formiche nella dispensa, la riscoperta di Branduardi, il climatizzatore che funziona solo se per azionarlo mi arrampico su una scala, perché ho perso il telecomando. Appena ieri eravamo a una festa e oggi il prato è deserto, hanno accatastato i tavoli in un cortile, li hanno incatenati e han messo di guardia due cani giganteschi. L'eco dell'allegria, delle mani che battono, dei bicchieri che tintinnano, è ancora là, tenace, sospesa per aria, ma gli invitati no, sono andati via, han tolto gli abiti da cerimonia e han ripreso a lavorare. Tutto questo vortichio di tempo, questo passo dell'oca delle stagioni, mi fa vulnerabile e vagamente ispirato, e però anche consapevole dello scarto che c'è tra la vita che percepisco - gonfia di meraviglie - e il racconto che ne riesco a fare. Ecco perché di certi giorni scrivo, per non vederli svanire, ed è come metter dei segnaposto su una tavola imbandita: ogni posto un ricordo, ogni ricordo un nome. La via in salita dove abitava Gino ha la medesima pronuncia di un tempo, così che a dirla oggi sembra che lui sia ancora là attorno. Il giornale che Pietro comprava la domenica esce sempre, e ha lo stesso titolo di allora, e forse aspetta invano che mio padre lo sfogli - saltando le notizie atroci - per leggere la formazione della Nazionale. L'illusione che il tempo si possa fermare s'inganna nella toponomastica della tenerezza, dell'amore perduto che in qualche modo resta, dei natali inghiottiti dall'universo eppure ancora presenti, in alfabetica rievocazione. La sintassi delle nostalgie insiste nella mia anima ed è fatto di ciò che ho chiamato, definito, nominato. E quel che ho chiamato, definito, nominato, è inevitabilmente presente in vocali e consonanti nella mia lingua, e nella sua versione immutabile davanti ai miei occhi.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
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