C'è un'ora di bellezza perfetta in cui il tempo ragiona per conto suo, smette di assecondare il ritmo degli uomini e si ferma - sospeso sulle teste - a farsi contemplare. La prima volta quell'ora io l'abitai che ero ragazzo, all'epoca in cui non si potevano leggere i libri sugli schermi o far lezioni da casa su Giorgio Caproni, abomini che nessuno aveva ancora inventato. Avevamo per cui più modo di guardarci attorno, di accorgerci delle cose, di vivere accanto ad altri esseri umani, il che non è necessariamente un disastro. La città in cui stavo - forse Venezia, forse Instanbul, forse nessuna delle due ma una più ordinaria - mi apparve dai vetri giganti di un hotel cinque stelle, ed era rossa e rossastra, amaranto, azzurra e arancione, a seconda di dove rimbalzavano i raggi obliqui del sole al tramonto. I più sfrontati pigliavano di spigolo i palazzi e precipitavano sulle terrazze, sulle altane, ed era poi come se quella tempera di luce schizzasse ovunque - negli occhi, nelle intenzioni trattenute che così riprendevano vigore - imbrattando d'oro e di porpora l'orizzonte. Io lì, in quel frangente da prima volta, vidi finalmente la bellezza ricomposta, da rotta che l'avevo sempre incontrata: una scintilla sulla bicicletta di Silvia, un lampo dentro un sorriso di mio padre. Tanto che non pensavo esistesse, tutta intera, e credevo che agli uomini gliene toccassero al più brandelli, nella migliore delle ipotesi porzioni generose. Andavamo a cena nella sala ristorante, non ricordo più per quale diamine di cerimonia, i miei amici si attardarono a flirtare con certe ragazze conosciute da un'ora e così mi potei sganciare, e farmi sconvolgere come Montale da quell'aria di vetro. Il mondo ha un aspetto differente, d'estate, ma solo tra le otto e le nove di sera. È un pianeta alieno, un'avventura dell'anima, e mi paralizzò la sua perfezione, e quella perfezione tenne a battesimo la mia tenerezza. Forse fu quella sera - maledizione - che desiderai per la prima volta, come pescando un desiderio dal sacco dei desideri mai desiderati, di fare l'artista. Per poter raccontare tanta esaltazione. Dopo, negli anni e nelle tempeste, nella svergognata felicità e nella razionalità d'amore che l'età pretende, l'ho riconosciuta, perché ormai l'avevo vista, e smascherata. Era a Bologna, quando ci perdemmo sotto i portici e ritrovammo però la rotta di una navigazione alla deriva. Era a Narni, appena ieri, in via del Campanile. E al mare, dietro quell'arenile spinoso dove amavi farti baciare. Era a Cipro, a Calcata, a Trieste, e in tutti i posti benedetti dove è scoccata soave, e dove scoccando mi ha pacificato Ovunque ho avuto bisogno di meraviglia, l'ora dell'incanto che squaderna i mortali era lì, a rammentarmi che la sorte è meno maligna di quel che talora, per gioco, vuol farci credere.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
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