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La casa che verrà

 

Aspettare non è mai una buona idea. Aspettare che tutto sia a posto per vivere, dico. Rimandare la vita a quando le cose si saranno aggiustate, rincollate: rotte come sono, sparpagliate, non m'aiutano a essere felice. Ci pensavo venti minuti fa, mentre attaccavo a piedi la salitella che dall'ospedale cittadino scorta fino al Minareto - i narnesi sanno di che parlo; agli altri, se una volta mi vengono a trovare, mostrerò il percorso. Mi sono stancato di cambiare case e non trovare mai un posto decente per vivere. Sapete cosa intendo con vivere? Ve ne parlo un attimo: magari è la stessa idea che ne avete voi. Per me vivere è aver voglia di tornare a casa, dopo una giornata ostile. Tornare e ringraziare il cielo di aver scelto proprio quel posto lì, con i suoi libri ordinati, le luci blu orientate in un certo modo, la penisola per mangiare col suo piano di granito scuro, la poltrona col poggiapiedi per leggere, e per scrivere lo studiolo diviso dal resto degli ambienti da un murignolo basso, un fortilizio da narratore. E poi senza vicini molesti che danno di matto alle tre del mattino, senza riunioni di condominio a cui si va come si va in guerra. Non sono mai riuscito a trovare un appartamento così: se c'era una cosa non ce n'era un'altra e quello che mancava - i difetti - era sempre più soffocante del sollievo che mi procuravano i pregi. Perfino adesso, dopo un periodo ridicolo di innamoramento, trovo detestabili questi muri, questi pavimenti, e tutta la precarietà a cui la mia dabbenaggine mi ha portato. Avrei dovuto pensarci meglio, prima di comprarla. Considerazione tardiva e ricorrente: me la sono ripetuta tutte le volte che ho firmato un rogito notarile, fa parte della mia sciocca epica personale. Cosa mi ha indotto a pensare che stavolta poteva essere diverso? Il fatto che fossi tornato a Narni, certo: dopo venticinque anni era una motivazione convincente. Ma non è bastata, o non sarei qui a scriverne. Rincasare, ora che le ore sono gigantesche e passano tutte come l'acqua quando lo scarico della doccia è intasato, è discretamente deprimente. I posti hanno evidentemente un'anima e quella che sta qui è triste, getta secchiate di malinconia sulle pareti. Per tutto questo disamore, sono in guerra. Però se tutto è conflitto, è pur vero che senza la spinta che i combattimenti ci danno saremmo ancora a disegnare antilopi nelle grotte. Così mi alleno per questa eterna battaglia, come Richard Gere quando gli facevano sputare l'anima sotto la pioggia. Prima o poi, magari per sbaglio, la casa che ho in mente la indovinerò. Nel frattempo, anziché aspettare che quel giorno caschi dal cielo, cercherò di andargli incontro.

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