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Incontri ravvicinati

 

La prima notte in bianco che passai la passai ad aspettare i marziani. Non scherzo, credevo sarebbero arrivati da un momento all'altro e se avessi dormito me li sarei persi. Avevo quattordici anni, era estate, di mattina andavo in piscina e il pomeriggio frequentavo il signor greco e il signor latino, ché l'anno prima ero arrivato al sei per miracolo e non volevo soffrire più. Leggevo Il Messaggero, lo comprava Pietro. La pagina dello sport, più che altro, poi quella degli spettacoli. Un giorno mi andarono gli occhi sulla pagina degli Esteri. Mi sa che erano a corto di notizie, e allora avevan pubblicato quella faccenda degli avvistamenti: stringhe misteriose nel cielo, velivoli discoidali, palloni sonda che forse non erano palloni sonda. Così mi ero messo a scrutare il cielo, appena annottava. Da un paio di settimane m'era presa la fissa, e vedevo - o credevo di vedere - strani barbagli, saette blu, fiotti di luce come da lampade stroboscopiche, come se dio avesse lasciato aperte le porte della sua discoteca celeste. Mi convinsi che si sarebbero avvicinati nell'oscurità, perché volevano andarci cauti: l'umanità doveva sembrar matta anche a guardarla da un baratro d'infinito. Verso le tre del mattino il sonno cominciò a farsi invadente. Misi sul fuoco altro caffè, mi sciacquai la faccia, stavo per arrendermi. Per giunta l'universo era muto, una coltre buia bucata solo da stelle solitarie: nessuna poesia, nessun mistero in arrivo. Il caldo africano del giorno si stemperava in un rinfresco di vento: mi sentivo felice. Avessi saputo che era una delle ultime volte l'avrei corteggiata di più, quella sconvenienza. E comunque stavo per andare a letto quando sentii un mormorio. Qualcuno stava parlando - se parlare è il termine giusto - sotto la mia finestra. Era una frequenza talmente assurda che avrebbe acceso i televisori, e fatto impazzire i cani. Ci siamo! pensai, e tutto tremante, come Paolo Malatesta, mi sporsi a guardare. C'erano in effetti due figure in strada, sotto un lampione spento. Parlavano a strappi, sottovoce, si abbracciavano e si baciavano, poi come pentiti si slacciavano e a un tratto, assetati, ricominciavano il gioco. Ci misi poco a riconoscere la mia vicina di casa, una donna dai tratti graziosi maltrattata da un marito animale. Così si diceva, e così tutti sapevamo che fosse. L'altra figura non era il marito, era un uomo gentile, lo si intuiva dai modi, dalla tenerezza che usava. Parlavano d'amore, a un certo punto intesi le parole, o comunque il senso che avevano. Volevano andare via insieme, ricominciare da un'altra parte, come tutti i sognatori da che esiste il sogno. Rimasi lì in ascolto più per incanto che per invadenza, ma solo pochi minuti, in capo ai quali senza far rumore chiusi la finestra e mi ficcai a letto, furtivo. Li sperai futuri e felici, insieme più che si può, a guardare i giorni e andargli incontro. Quanto a me, avevo dimenticato per sempre gli alieni: mi convinsi una volta per tutte che il mondo è pieno di avventure più dense e terrestri per cui fare le ore piccole.





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