Oggi ho guardato i miei peccati. Erano tutti in casa, come per una rimpatriata, e ho potuto contarli, ricordare il gusto che provai a commetterli, e il lieve senso di colpa che seguì a ognuno di loro. Hanno tutti un aspetto differente, non ce n'è uno uguale all'altro: il primo è alto e beffardo; un altro piccolino e pingue; un terzo secco come un ramo d'inverno. Li amo tutti, li porto nel cuore, non dovrei ma è così. Ho combattuto le tentazioni che li hanno provocati, ma poco, mi sono lasciato convincere facilmente: quel che promettevano era sempre troppo dolce per non soccombere. E i pentimenti erano appunto leggeri, e recavano in dono una deplorevole euforia che mi spingeva a ignorarli e a continuare il vizio. Che poi: il vizio. Non ho fatto politica, non ho diretto un'azienda - che male posso aver mai compiuto? Ho giocato il destino, quello sì, che mi suggeriva una quiete di vivere insopportata, vagamente funebre. Così di tanto in tanto ho viaggiato fino ai confini del mare, ho scritto per vanità, ho amato due donne contemporaneamente, ho fumato erba, ho pensato a certe amiche in modo sconveniente, ho mandato al diavolo chi avrebbe potuto farmi comodo, ho scelto sempre il piacere e mai l'utilità. È quando scegli l'utilità che il peccato è mortale. Il bello dei peccati miei invece è la loro innocenza, l'innocuità. La mia curiosità, li ha incoraggiati, la smania di sperimentare. Me lo ricordavano, oggi, mentre gli servivo il caffè, con le facce furbe che hanno. Si sono fermati poco: la visita del dottore, diceva mia nonna. Ho avuto però il tempo di confessare che sono loro grato perché mi hanno allargato la vita senza farmi ingrassare, me l'hanno complicata senza incasinarla, e ogni volta che è successo l'ho benedetta. Benedire la propria vita non è una fortuna che cade in testa a tutti, gli ho detto. Annuivano, sorridevano. Sono stati contenti dell'accoglienza, temevano li avrei cacciati di casa. Sono andati via alla spicciolata, grati che li avessi rivisti con piacere, senza un ripensamento che li offendesse. E compiaciuti - come bravi diavoletti - del lavoro svolto.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
Commenti
Posta un commento
Grazie per aver commentato il mio post