L'attimo che passa tra l'ultima finzione dell'attore e l'inchino al pubblico, tra la fine della commedia e il ritorno alla realtà, è un attimo pericoloso. In quell'intercapedine di tempo può infilarsi il sospetto che non valga la pena smettere i panni di scena e che il mondo sia meno attraente della sua rappresentazione. Lì l'artista resterebbe in bilico, ancora sul palco ma già col desiderio del camerino, della cena notturna e dell'albergo scalcinato e se indugiasse ancora finirebbe per non riconoscersi più, non sarebbe alternativamente vita e commedia ma per sempre un impasto delle due cose insieme, un mostruoso innesto. Ci ho pensato, qualche volta, a quell'attimo di impasse dei teatranti, e l'ho ritrovato, in tutta modestia, nella mia vita vagabonda, che divaga tra le colline della giovinezza - quelle attorno a Narni - e gli infiniti ritorni nei luoghi che ama - Tarquinia e le sue trattorie sulla spiaggia, per esempio - e che inevitabilmente sono tutti smontati, decadenti. Questa cerca instancata è il mio limbo: non sono più quello di una volta, quando tutto era intatto e ogni recita era piena di attori amati, e non sono ancora quello che vorrei essere, e così rischio di rimanerci invischiato, nella indeterminatezza. Che però ha i suoi vantaggi: mi permette di scrivere, perché si scrivono solo le cose indefinite, vaghe, e non c'è nessun gusto a farlo di quelle in piena luce. Il bonus supplementare è che la scrittura non disturba nessuno: se scrivo mi legge solo chi mi cerca - e questa, per la discrezione del narratore, è una gran fortuna. Il chiacchierone al contrario è un invadente che nessuno sopporta. Da che mi sento preso in mezzo tra passato e avvenire e vivo questo presente immobile subisco anch'io l'indugio dell'attore: l'unico sistema che conosco per non restarci invischiato è raccontarne più che posso. Spero, così facendo, che lo stallo si spezzi e di poter traslocare nel futuro una volta per tutte.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
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