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L'indugio

L'attimo che passa tra l'ultima finzione dell'attore e l'inchino al pubblico, tra la fine della commedia e il ritorno alla realtà, è un attimo pericoloso. In quell'intercapedine di tempo può infilarsi il sospetto che non valga la pena smettere i panni di scena e che il mondo sia meno attraente della sua rappresentazione. Lì l'artista resterebbe in bilico, ancora sul palco ma già col desiderio del camerino, della cena notturna e dell'albergo scalcinato e se indugiasse ancora finirebbe per non riconoscersi più, non sarebbe alternativamente vita e commedia ma per sempre un impasto delle due cose insieme, un mostruoso innesto. Ci ho pensato, qualche volta, a quell'attimo di impasse dei teatranti, e l'ho ritrovato, in tutta modestia, nella mia vita vagabonda, che divaga tra le colline della giovinezza - quelle attorno a Narni - e gli infiniti ritorni nei luoghi che ama - Tarquinia e le sue trattorie sulla spiaggia, per esempio - e che inevitabilmente sono tutti smontati, decadenti. Questa cerca instancata è il mio limbo: non sono più quello di una volta, quando tutto era intatto e ogni recita era piena di attori amati, e non sono ancora quello che vorrei essere, e così rischio di rimanerci invischiato, nella indeterminatezza. Che però ha i suoi vantaggi: mi permette di scrivere, perché si scrivono solo le cose indefinite, vaghe, e non c'è nessun gusto a farlo di quelle in piena luce. Il bonus supplementare è che la scrittura non disturba nessuno: se scrivo mi legge solo chi mi cerca - e questa, per la discrezione del narratore, è una gran fortuna. Il chiacchierone al contrario è un invadente che nessuno sopporta. Da che mi sento preso in mezzo tra passato e avvenire e vivo questo presente immobile subisco anch'io l'indugio dell'attore: l'unico sistema che conosco per non restarci invischiato è raccontarne più che posso. Spero, così facendo, che lo stallo si spezzi e di poter traslocare nel futuro una volta per tutte.

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