Fra tutte le tenerezze che mi han regalato, di tutte le meraviglie cui ho assistito, ce n'è una più incantevole di altre, più incancellabile. È il gesto delle donne innamorate - che raramente fanno quelle d'avventura. È il gesto soave che nessun uomo può ricambiare, né eguagliare in stupore: qualunque moina maschile è un surrogato, si arrende a quella perfezione. Forse ha a che fare con la mia infanzia, che fece a meno della stessa lusinga e ne conservò intatto il desiderio per il Francesco di adesso, che lo connotò di erotismo, complicazione evitabile e magnifica. La cosa straordinaria è la gratuità. Le donne che decidono di compierlo non chiedono nulla in cambio, nel momento in cui lo compiono capisci che han fiducia in te, che ti credono degno di riceverlo, perché è la cosa che più le smaschera amanti e le trasforma, per qualche attimo, in madri. A me è capitato - spesso d'improvviso - con il cuore che mi batteva a mille, su un divano, in una casa di campagna, in macchina, su un treno di notte, e ogni volta mi sono innamorato per sempre. E perfino, ogni volta, mi sono sentito grato, e avrei voluto ricambiare in qualche modo quel miracolo, ma non avevo speranze; né le mie narrazioni sghembe, le mie fantasie a buon mercato, hanno mai avuto un potere anche lontanamente assomigliabile. Di fronte a quel gesto io rimango senza parole - e vi giuro che per me non è così frequente. Quando la donna che ho davanti lo compie, io torno neonato, e ho voglia di toccarlo, quel che vedo, di sfiorarlo con le dita, di sentirne l'odore, di poggiarci le labbra. Tutto quello che succede, di colpo smette di essere sesso e diventa gratitudine, ricordo ancestrale, maternità. La donna che si snuda il seno, che lo estrae dalla coppa, scansa la casacca di cotone, e per fartelo guardare meglio si avvicina, è una divinità, è la dimostrazione dell'esistenza di qualcosa di meno idiota, di meno terrestre delle cose cui dedichiamo tutto il nostro tempo. A quel punto, baciarlo, suggerlo, giocarci un po' come fanno i bambini, è il solo modo per farle capire quanto siamo impari, e quanto colmi di bellezza. Mentre lei con quella suggestione ti sta probabilmente dicendo - stupido cieco che non sei altro - che ti ama come tu non sei capace di fare.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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