Ho camminato la città dal basso all'alto - da dove abito adesso fino alla sommità - sperando di incontrare la primavera. Magari camuffata, se le fosse venuto l'estro di andare in avanscoperta un mese prima della reggenza. Di norma, l'inverno s'imburberisce con niente: se l'avesse riconosciuta avrebbe fatto di un gesto innocente un caso, e avrebbero finito per bisticciare. Ho incrociato ragazze che le somigliavano, per come immagino che possa apparir persona, ma non era lei: tenevano gli occhi bassi e andavano di fretta, serie serie. La primavera sorride, invece. Lo sapeva anche Gino, cinquant'anni fa, mentre passavamo sotto la stessa porta medievale, dalle pietre pesanti: io marmocchio, lui nonno senza cerimonie. Sapeva che la primavera a Narni arriva di soppiatto, e se non ci stai attento ti accoltella il cuore: si traveste, è una maschera di carnevale, si confonde nelle feste in piazza, e poi una volta che esci per la strada - al primo pomeriggio - te la trovi tutta intorno, esplosa. E allegra, giuro, tanto allegra che quella allegria è un contagio, una febbre di cose nuove, e cieli rondineschi, maniche corte e gelati da passeggio. Gino prendeva per via Cardoli, a un certo punto, e io oggi invece no: troppi ricordi insieme fanno male, troppa nostalgia fa più danni del colesterolo. Abitava lì a mezza erta, adesso il portone è sempre chiuso e l'intero palazzo disabitato. Pagherei quel che posso, per entrarci. Una volta, non di più, per salire a due a due i gradoni e affacciarmi dal terrazzo panoramico come un papa nuovo dalla finestra dopo il conclave. Invece pare che non si possa e si debba: è triste e vietato. Le cose morte vanno lasciate stare, dicono i più avveduti, e si fanno di contemporaneità. Beati loro, che si perdono tutto quel che è futile, se tutto quel che è futile è in fondo quel che ci tiene in vita.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
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