Ogni sabato davanti alle finestre di casa mia fanno il mercatino. Merciai coi camioncini, venditori di frutta secca, produttori di ricotta, aziende agricole coi loro banchetti di leccornie, ambulanti che trafficano in scampoli e piumini a buon mercato, si radunano dalle sei del mattino, occupano i posti assegnati e apparecchiano la mercanzia. Io, che mi alzo presto anche nel fine settimana, metto sul fuoco il pentolino del latte e imburro le fette biscottate mentre loro sfacchinano ad abbassare pianali e a piazzarci sopra decine di pentole e mortai rumorosi, di zinco e alluminio. Ma è un rumore allegro, tutt'altro che fastidioso: è il suono della gente che lavora nonostante tutto, che ha famiglie da sfamare e mutui da spegnere. Si conoscono da anni, si salutano, si raccontano gli acciacchi, commentano il tempo - a volte lo maledicono, e se piove alzano teli di plastica tra i banchi e la tempesta. Se è inverno, qualcuno di loro calza il cappuccio e si rintana tra le vestaglie, che lo salvano dal vento gelato, e se non guardi con attenzione non lo vedi, mimetizzato com'è. Dopo un'oretta o due - dipende dalla stagione - cominciano ad arrivare i primi clienti, i più scaltri, quelli che vengono a scegliersi la verdura migliore prima che rimangano solo gli scarti. Stamattina per esempio, a onta della tramontana che tagliava le teste, certi temerari sceglievano i cespi d'insalata più freschi, proprio mentre io sfilavo davanti per andare in piazza, a comprare il giornale. E a quel punto l'ho vista: una scena che mi ha rimesso al mondo. Il signore che abita poco più su di me aveva preparato una moka da dodici e riempito di dolcetti un vassoio capiente, e faceva il giro degli ambulanti distribuendo bicchierini di plastica riempiti a metà e ciambelline. Tutti si scaldavano, tutti dicevano Che buono questo caffè, tutti addentavano chi una pastarella chi un biscotto fatto in casa, e san Girolamo è diventato un bar all'aperto, improvvisato e magnifico. Quando il caffè è finito, il benefattore è salito in casa a farne dell'altro, perché qualcuno era rimasto a bocca asciutta. Mi sono fermato a guardare quella commozione, e lì mi è venuto l'estro di scriverne. E siccome rifuggo la retorica come la peste, qui m'interrompo: ognuno ne tragga la morale che vuole.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

Commenti
Posta un commento
Grazie per aver commentato il mio post