A Numana c'è una roccia a picco sul mare, mi ci sono arrampicato un'estate che le vie erano vuote, i negozi spenti, i turisti a letto. Io, che non avevo nessuna con cui andarci, girellavo insonne in cerca di un drink d'anice e sambuco: magari c'era un chiosco in mezzo ai giardini pubblici ancora aperto, e mi aspettava. La notte si scioglieva nell'acqua, che pareva densa e oleosa come petrolio. La luna, tristanzuola, cantava una canzone muta, vagamente nostalgica, e s'affacciava dallo sperone del Conero come una debuttante dal sipario di un teatro. Mi guardava, in attesa di una fotografia che la immortalasse. A un tratto, quando stavo per girare i tacchi, ecco che mi chiamano, mi volto, è un ambulante con un barroccino, e sul barroccino ha sistemato dei quadri. Si avvicina facendo gemere le ruote e mi si appiccica molesto e assieme cordiale, la sua compagnia mi secca e mi fa piacere. Dopo un po' che chiacchieriamo vorrei che se ne andasse e che restasse fino all'alba. Mi mostra certi dipinti che paiono copie di quelli di Hopper, il malfamato artista americano che maltrattava la moglie ma aveva una poesia nelle dita di discendenza divina, come se l'onnipotente gli avesse dato in sorte, nelle stesse mani, brutalità e grazia. Dice di chiamarsi Edward, ed è un altro indizio eloquente, ma forse mistifica, inventa. Alla fine mi mette sotto il naso un quadro che - dice - rappresenta quel che sarà della mia vita da lì a dieci anni, una sola inquadratura ma con tutti i dettagli, come un riassunto perfetto, uno squarcio sul futuro da cui vedere lo spiraglio che tradisce il tutto. Mi chiede se voglio comprarlo. Se lo compro - mi spiega - potrò tenerlo sotto controllo, sapere dove mi porteranno le scelte che farò prima di compierle, anticipare l'avvento del dolore e così addomesticarlo, dribblare gli sbagli, vivere consapevole e accorto. Non gli domando come fa a sapere il mio nome, tutto è naturale, non mi sale nessuna perplessità, mi bevo tutto, come avrei fatto col drink d'anice e sambuco, se l'avessi trovato. Decido di non comprare il quadro, ne compro un altro, che non rappresenta la mia vita ma quella di un estraneo. Quando si congeda, ed è davvero ormai l'alba, Edward si congratula della scelta, la battezza saggia: fa meno spavento sapere in anticipo la vita degli altri che la propria, mi confessa.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
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