Le stagioni muoiono e rinascono e quando rinascono lo fanno sempre con un difetto, una mancanza. O al contrario con una zavorra in più, un peso imprevisto, un'innocenza macchiata. Così che la sovrapponibilità del tempo è solo un'apparenza, tutto è differente, solo i nomi dei giorni restano gli stessi: i nomi e il nostro modo di contarli. Mi pare allora che esista un conflitto tra quella che è l'impressione che abbiamo, delle cose, e le cose in quanto tali - per dirla con un linguaggio vagamente filosofico. Come si corregge questo difetto? Mi ci scervello da qualche anno, da che ho intrapreso questa faticosa carriera di piccolo narratore di piccole storie, e anche sulla stregua di quel che è successo di recente nel campo da gioco della mia vita credo di esser giunto a una conclusione: ignorandolo. Chi se ne importa se la realtà e la percezione che ne ricaviamo non combaciano: non me ne faccio una malattia. Quel che intuisco è in ogni caso una forma di realtà, la mia realtà, e perciò degna di considerazione come l'altra. Mi innamoro delle sue divagazioni, delle improvvisazioni su uno spartito noto, delle luci che schiarano la foschia delle città, e ci vedo attraverso, con occhi più acuti. Il gioco della routine e la rottura dell'equilibrio sono i due piatti della bilancia. Così quando arriva il vento d'autunno - come ora che è ottobre e che andare a letto è un divertimento, per il freddo che resta fuori e per le storie tenebrose che posso leggere al riparo delle coltri - so che sarà il tempo della scoperta, perché quel vento scoperchia gli oggetti consueti e li mostra nuovi, differenti, colorati di blu mentre prima erano giallastri, di forma elicoidale come la pastasciutta che preferisco, mentre prima erano tipo dei cilindri. Tutto concorre alla meraviglia, a farci caso, specie le interferenze sul nostro cammino, le deviazioni minime, i sorrisi in faccia a chi non ne fa mai. Stavo dal macellaio, ier l'altro, a chiedergli ossi per un cane malandato, che mi fa pena. E quel tipo burbero ha raccontato per la prima volta da che lo frequento una storia intima: che sua moglie era malata ed è guarita, e mentre lo diceva gli si son gonfiate le guance, ha stretto le palpebre, ha masticato qualche parola di scuse ed è scappato nel retro. È il vento d'autunno che fa questi scherzi: scopre le anime, leviga le punte vive, le disarma. E smascherando l'apparenza restituisce ai narratori un po' di materiale di prim'ordine da raccontare.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
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