Da vent'anni tutti i giorni che dio manda in terra copro lo stesso tragitto per andare in radio. In realtà solo l'ultimo tratto è uguale perché son partito spesso da posti differenti, tant'è che se mi chiedessero che faccio di mestiere direi: il traslocatore. Parcheggio dove trovo, ma se posso scegliere la strada è via Lungonera quella che preferisco. C'è un negozio di elettrodomestici che in vetrina ha sempre degli aggeggi eccentrici: un frigorifero rosa, un tostapane azzurro che sembra un'astronave, una lavatrice con l'oblò gigantesco, ispirato - chissà - al Nautilus del capitano Nemo. Da lì mi incammino per una salitella che a un certo punto si stringe e se arriva una macchina devo spalmarmi al muro, sfiorando la porta di una sartoria artigianale dove una volta comprai a peso d'oro una camicia, la più bella che ho mai indossato. Appresso c'è un kebab che già di prima mattina diffonde per la strada musica araba e odore di carne sfrigolante. Se putacaso piove, l'ottico della piazzetta di fronte parcheggia la sua Harley Davidson sotto il tetto spiovente di una casa sfitta, altrimenti la lascia fanatica a luccicare al sole, per l'invidia degli squattrinati che gironzolano là attorno. D'inverno e d'estate cammino cercando i dettagli delle scene più che il quadro d'insieme: sarà l'indole del narratore, non so. Così facendo scopro che c'è gusto anche a vivere l'abitudine, perché se il quadro d'insieme è sempre quello e a lungo andare dà a noia, i particolari sono variabili dolcemente impazzite che fanno l'imprevisto. Il ragazzo di colore che elemosina una moneta, presempio, stamattina aveva un sorriso largo, al posto di quello mesto, abituale. Gli ho chiesto come mai, ha detto che ha telefonato a casa e che ha sentito i suoi, dopo un mese che non riusciva a parlarci. E ieri l'altro un vigile urbano s'era finalmente piazzato alla fine di via Angeloni, dove i furbi che se ne infischiano della Ztl sfrecciano con gli scooter rombanti. A un paio di quelli ha fatto passar la voglia di fare i gradassi. Le piccole variazioni sul tema, insomma, mi riconciliano con la vita, e ogni volta che capitano mi ricordo che è un lago di noia solo in apparenza. A navigarlo con occhi attenti si scopre ogni giorno una curiosità nuova.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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