Lo so che in mezzo a questo scempio è un desiderio sciocco, ma mi manca mangiare in trattoria. Una cosa alla buona, una di quelle bianche locande di campagna in cui ti imbatti verso il tramonto di un giorno d'estate, andando a zonzo. Hai appena superato una radura di calicanti - e il loro odore ti ha dopato, e insufflato euforia, e vorresti impoltigliarli e provare a masticarli, così, per amore di un gesto psichedelico - e a chi viaggia con te, e guida scalza, proponi: "E se ci fermassimo in quel ristorante all'aperto?" Lo hai chiamato ristorante ma è davvero una spaghetteria a conduzione familiare, quattro tavoli sotto un pergolato già apparecchiati con caraffe di vino, perché chi passa di lì capisca che si fa sul serio. Qui si mangia e si beve, o al limite si beve e basta, ma soltanto mangiare è vietato. Al parcheggio, senza i posti segnati, dentro uno sterrato, si sistema la macchina come meglio si può - sotto un platano, per un'elemosina d'ombra. Al patio ci accoglie una ragazza che è la figlia dei proprietari, con un sorriso accennato, senza vanti, una donna già pratica, nemica delle moine, onesta, nonostante i vent'anni. Ci scorta al tavolo, ci racconta che c'è da mangiare, il menù è scritto nella sua memoria, e te devi stare attento a tutto quello che dice per via che lo dice una volta sola e poi devi scegliere. Nell'attesa del crostini col patè parli di cose belle, dei miracoli della vita, niente politica, niente tassi d'interesse, e la donna che è con te non si pente, di averti accompagnato. Da ragazzo ne ho vissute a iosa, di tentazioni così: le tentazioni della felicità, dico. Una volta per esempio a una festa in mezzo a un bosco che si apriva appena fuori della casa di un amico dei miei: lì aveva sistemato il rinfresco, era sera - la sera d'agosto, già carica dei presagi d'autunno ma ancora fiera di essere estate - e le donne vestivano leggere, e dopo il tramonto misero gli scialli ed erano ancora più belle. E una volta differente in un albergo chiamato Il Minareto - dove la foggia araba e i mosaici bizantini per terra giustificano quel nome - giocai a innamorarmi di una sconosciuta che stava là col marito. Che magari se mi fossi innamorato sul serio, c'è il caso che l'incanto sarebbe svanito in un battibaleno.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
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