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Due ragazze

Sono triste. E stavolta è una tristezza improvvisa: strano, di solito sale lentamente. Arriva ed è un colpo di pistola dritto al petto, è la tristezza di chi amo, mi annuvola perché non so come combatterla, non ne so l'origine e non c'è contraerea che tenga: mi è più facile tener testa alla mia. Così esco, lascio l'ultima storia a metà - che la scriva la penna, se ne è capace - e i lavori domestici inconclusi: quando torno farò come Topolino coi mastelli fatati - senza allagare tutto, però. Esco e vado a braccio, come talora quando parlo in pubblico, lascio che la strada la scelga il caso, già che il vento gelato mi strina le ossa. C'è una mostra di foto in una caffetteria: scorci di città, spigoli di palazzo, comignoli addosso al cielo. E c'è un'orchestrina, sull'ancia d'asfalto di un vicolo, che suona quel pezzo - Lunedì cinema - che Lucio cantava col suo gramelot bolognese: dio lo benedica, che genio che era. A un dato momento mi viene fame ma nella giacca ho pochi spiccioli, niente bancomat - dev'essere rimasto sul comodino - e nessuno a cui chiedere un prestito. Mangerei più di ogni altra cosa una piadina farcita: è stupefacente quando l'appetito ti fa i conti in tasca e si adegua. A un salto dal centro so di una creperia, ci andavo da ragazzo: all'epoca l'umanità sembrava venuta meglio. È ancorà la, dalla cucina esce profumo di ghisa cotta: che stuzzicheria. La cameriera mi porta il menù, tipo ristorante stellato. Prendo una Fanta e una piada de luxe: dentro c'è il mondo. Appena inizio a mordere, le due ragazze del tavolo accanto al mio iniziano a baciarsi. Pudicamente, con la coscienza di un gesto purissimo in questo tempo osceno. Avranno vent'anni, in due non sommano la mia età. Si tengono per mano, si contemplano, si mordono ancora le labbra. M'intenerisco ma non lo do a vedere: mi fanno allegria, e speranza. Se ne accorgono lo stesso, che sono con loro, confabulano, sorridono spiandomi, una arrossisce e in capo a una piccola esitazione - se andarsene o restare lì al caldo -  pagano e escono fiere. Io finisco la mia bontà, pilucco le briciole di pasta scrocchierella dal piatto, il cuore picchia regolare il suo tamburo. E dopo torno a casa, leggero che sembra che volo. Chi amo avrà una tristezza di meno, stasera, quando le racconterò tutta quella bellezza.

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