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Via degli Oleandri

Uscivano dal cancello della scuola e s'aprivano sul prato come una rosa di pallottole, i bambini. Aspettavo Susanna in macchina, dopo aver portato sua madre a fare la chemio, tra via degli Oleandri e il parco davanti alle case popolari: avevo già messo una pietra sopra al futuro, al contrario di quelli che han la fortuna di metterla sul passato. Le mode dell'epoca - le canzoni, i tatuaggi - già sembrano preistoria, e son passati nove anni appena. Contavo i giorni davanti e speravo fossero più di cento, con la stessa formazione. In effetti la band perdeva i pezzi, qualunque progetto sottintendesse una gittata di tempo oltre il mattino successivo era fragile, e la paura si mangiava i contorni della speranza. Ci sono tornato stamattina, dopo un garbuglio di stagioni che mi hanno suonato come un tamburo, in quel quartiere dove m'ero creduto di aver diritto a una vita normale. Invece ai narratori si vede che toccano prove bislacche e estreme, come a Giochi senza frontiere, e guai a chi si chiama fuori. C'è un senso di abbandono che è più decadente che altro, adesso. La radura è zeppa di bottiglie di plastica e confezioni di Nutella B-ready, segno che non pulisce mai nessuno, né il Comune né chi ci abita. L'erba è alta in modo non uniforme: chiazze folte si alternano a pezzi brulli, come i capelli in testa a uno che li sta perdendo. Una serranda si abbassava gracchiando, a tener fuori il fuoco del sole. Sul vialetto all'ombra, dove parcheggiavo l'Opel Blu, un odore di peperoni stufati mi ha fatto venir voglia di invitarmi a pranzo, chiunque fosse che li spadellava. Lì attorno eravamo innocenti: Susanna, io e sua madre, incontaminati. Ho sostato, ho fatto un giro a piedi, davanti al campo di cemento, dove giocavano a calcetto quelli che oggi saranno per laurearsi, o son partiti per l'Inghilterra, a studiar le lingue. Fa specie fermarsi a guardare il passato, fa un po' male. La gente nasce, e muore e parte, certo, ma chi rimane ricorda, e non è un bel mestiere. Saranno, i prossimi - io spero - anni meno atroci e però densi ugualmente, anni dentro cui accadano cose che meritano di essere raccontate, come quelle passate. Quando tra un mese mia figlia farà diciott'anni, ecco che saprò che un'epoca è chiusa per sempre. Le sue prime parole, i passi stenti, i morsi ai fumetti, le dita impiastricciate sui miei dischi; la Formula 1 che in tv la spaventò, perché pensava che una macchina le stesse volando contro, il caldo pazzesco di quell'appartamento in cima a sessantotto scale, dove tutti i giorni mi arrampicavo perché ero ragazzo: oggi mica ce la farei. E l'11 settembre, con lei appena al mondo, mi sconvolse lì, tanto che lo scambiai per un trailer. Invece stavo girando il mio, di film. E chissà quando avremo il tempo di sederci in platea, io e tutti gli altri - attori e comparse - a guardare una volta per tutte se è venuto bene.

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