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Far fagotto

Un altro agosto e poi si ricomincia a scendere giù per le stagioni notturne, dove le ore di buio sono più di quelle di luce. Dovrei esserne contento: l'oscurità mi protegge nella sua polla nera e mi suggerisce nuove forme d'arte illusa e nuovi atti di vilipendio agli scrittori veri. Eppure oggi che camminavo obliquo - per via della salita che ti scorta al centro di uno di quei paesi d'Appennino - ho intuito che ad assecondare tutta la vita il crepuscolo si finisce per raccontare sempre le stesse faccende. Pur con corpi differenti, più pieni e sonori, la canzone si ripete, e non è questo che cerca il narratore. A mia discolpa posso dire che motivi di desolazione ne trovo quanti ne voglio: la piazza, allagata di sole, era tutta morta, le sedie di plastica per gli spettacoli dei maghi impilate da una parte, il palco ingombro di teli di refe e rotoli di nastro adesivo. Cicale s'aggrappavano alle cortecce, intente a farsi scoppiare l'ugola, e non girava neanche un essere umano: le donne saranno state a cucinare la sagra; gli uomini, ben lontani dalle mogli, a progettare cacce al cinghiale coll'alfabeto ignorante di qui. L'ho combattuta, a quel punto, la malinconia cuocendo in testa certi nuovi racconti che ho preso ostinatamente a scrivere dopo un tempo di pigrizia; e assaggiandoli, smozzicando a memoria le parole che li han costruiti, ho scoperto che sono diversi dagli altri miei antichi, più coraggiosi, e un poco americani - specie nel respiro ampio, mi auguro. L'autunno me lo invoco così, allora: a impalcare un altro libro che un editore capace pubblicherà, a sorridere ai cambiamenti, che sono già manifesti, e a scappar via da questa foresta di aborigeni dove i dirimpettai - senza mordere, mentecatti che sono - abbaiano più dei cani, che pur non credevo avessero tanto fiato. Fare fagotto, dunque, ecco di che parlo. Dalle didascalie sanguinarie di un tempo degenere in gran parte per colpa mia, lungo tre anni e infinite battaglie. Dalla indifferenza perfetta che questo posto mi suscita. Dall'infatuazione che è diventata odio per gli orti, e il giardino, e i fichi spontanei, e le rose. Come aggravante, qui ci ho perso alcuni amici; mentre ho vissuto qui, dico, in questo interregno. Sono ancora vivi, respirano, eppure è come non ci fossimo mai incontrati. Non so più nulla io di loro e loro di me. Incomprensioni, baruffe: è un peccato. Tanto inutile alle mie necessità è il fascino di questa casa, di questo posto, che quando me ne andrò vorrei ubriacarmi. E il giorno dopo, ci scommetto, ogni disputa si risolverà per incanto.

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