Rivendico. Rivendico il diritto a pensare liberamente, per quanto la libertà sia una trappola: mi è capitato di credermi libero e di accorgermi in ritardo che invece ero prigioniero. Rivendico il diritto di sbagliare giudizio in buona fede. E rivendico il diritto alla non appartenenza: non voglio più ragionare per partito preso, d'ora in poi voglio capire le cose - o tentare di farlo - prima di aprir bocca. Qui nasce il problema del narratore, piccolo personaggio pubblico cui può nuocere tanta indipendenza. Glielo hanno detto, certuni: Statti accorto, gioca sempre su più tavoli, tieni il piede in due staffe, mostrati dalla parte del pensiero dominante, anche se cambia, a seconda del contesto. Così fa', se vuoi far carriera. E lui per un tratto di strada ha finito per crederci, a questa frescaccia, è stato attento a non contraddire ciò che non va contraddetto, a indignarsi quando era il caso, ha imparato l'ironia a comando e ne ha riso, a quella degli altri, anche quando non faceva ridere. Poi a un tratto si è scoperto infelice. Infelice perché incompleto. Alla sua costruzione di insignificante narratore mancava il tassello più importante: il rispetto di sé. Non poteva averne fino a che alle rimpatriate con gli amici dava ragione e torto a teorema, si arrendeva all'etica della maggioranza, annuiva senza convinzione. Ha ricordato Faber, a quel punto: in direzione ostinata e contraria. Non tanto per fare, per vezzo, ma invece per una sorta di patto firmato con se stesso e con la propria poetica - minima, risibile - al momento che scelse di fare questo mestiere. Vi prego, tenete a mente una cosa, amici che mi leggete: il narratore non ha partito, non ha corrente, non ha segretari - al massimo segretarie, ma carine, - e non ha padri e figli, e sentimenti che non siano i suoi. Gioca in un campo dove giocano tutti gli altri ma ci vive discosto, laterale, lunatico. Regge questa infelice allegria di essere sempre in minoranza - perché è da solo e agli altri basta essere in due per metterlo nel sacco, - e ciononostante gli va bene così, per via che è coerente quello che è diventato dopo un percorso mica da ridere, con quello che balbuziando racconta, e scrive. Non potete sperare che la pensi come voi, qualunque cosa voi pensiate. Lui è altro, è alieno, è divorato dai dubbi, ha sempre il sospetto di aver capito solo una sciocca parte di qualunque questione e da quella procede per indagare il resto: a passi cauti, incerti, inciampando. È un punto interrogativo vivente, come fosse ingobbito. E in mezzo a quel cerchio che è la testa di quella punteggiatura si addensano tutte le sue domande, e centrifugano cone nel cestello di una lavatrice. Se invece incontrate un narratore dritto, senza perplessità, certo di sapere tagliar via come con la scimitarra di Medardo il bene dal male, non vi fidate. Quel punto esclamativo gli fa scivolare lungo la schiena tutte le idee che servono, e lo lascia senza argomenti.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
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