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Il partigiano

A scrivere, certi giorni mi tenta un libro nuovo, certi altri una storia breve, adatta a questo diario virtuale che si avvicina alle centomila visite, ed ogni volta sono grato all'ospite che non conosco, che entra, legge, s'indigna, commuove, commenta, e se ne va. O magari resta di sale, e mi rimbrotta - per una costruzione complicata, c'è il caso - e minaccia di non cercarmi più, di non comprarmi. In ogni caso, più dei libri che ho scritto - sì certo anche loro, ma di più - mi ha cambiato la vita questo teatro di guerra allestito qua dentro, l'appuntamento settimanale dalla memoria come da una donna di bordello che di me voglia sapere tutto, e me lo estorca, con le sue moine. La memoria in effetti mi spara una lampada in faccia e m'interroga: è una femmina pazza, vuol sapere ciò che già sa, vuole che l'aiuti a ricordare, pretende conferme. E io sto al suo gioco, un po' perché mi piace, perversamente, assecondarla, e un po' perché così facendo verifico subito se quel che ho scritto arriva. Per i libri ci vogliono tempo e pazienza, invece. Un narratore ha questo difetto, badate: la vanità, una esigenza di riconoscimento piccola e costante, che lo pungola, lo tormenta come la sete se hai mangiato del prosciutto, e come quella sete è sopportabile, ma ostinata. Il passo successivo è quando ti chiedono di schierarti. Il riconoscimento che il lettore ti concede ha un prezzo: vuole sapere come la pensi, e se - soprattutto - la pensi come lui. Ha a che fare con il gesto culturale dell'impegno - politico, sociale, ecologico. Non ci si può sottrarre a un imperativo così. Per cui, una volta per tutte, mi schiero, faccio il partigiano. E dichiaro solennemente - e per questo un po' comicamente - che il mio credo è il relativismo. Mi dissocio da Nicea perché credo in solo Dubbio, creatore del cielo e della terra, e di tutte le cose visibili e invisibili. Non mi troverete su un estremo lembo della pagina ma sempre in mezzo, non per democristiana indole - il cielo me ne scampi - ma perché in mezzo si raccolgono meglio le informazioni, si sentono i tocchi di tutte le campane e ci si fa un'idea più rotonda delle cose. In mediana, come Pirlo, al centro della battaglia, come un oplita,  nel cerchio più piccolo del bersaglio, come una freccia scagliata con maestria. Per partito preso non penso e non faccio nulla. Faccio tutto, ne parlo e ne scrivo solo dopo che ho capito almeno un poco quello che succede attorno. Solo allora, eticamente, scorgo torti e ragioni, e anche lì con il sospetto appuntito dell'errore. Ogni altro metodo mi sa di fanatismo. E così sia.

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