Quel gran silenzio acquartierato in casa ho provato a farlo uscire,
oggi, spalancando la porta: ha fatto Woof, come l'aria dal tubo delle
palline da tennis, e se n'è andato per i fatti suoi, per il mondo. A
saperlo l'avrei cacciato prima, ma le sventure hanno i loro tempi,
sostano e vanno a capriccio. Magari adesso agguanta certi broker
ciarlieri che ti fregano il denaro già che han giurato di
moltiplicarlo, e quelli si ritrovano muti, e disarmati. Beato chi li incontra
da qui a domani, allora, mentre io faccio come il silenzio: scappo dal
sotto vuoto e mi arrampico sulle colline attorno, e tutto si placa: i
miei nervi, il senso di fastidio per gli uomini, e il pomeriggio prende
il colore lucido delle cose al dopopioggia.Vivono due file di case, in uno spigolo della provincia reatina che si
infila in Umbria come il gomito tra le reni di una figlia addormentata,
che hanno nome di Lugnola. C'è Configni, prima o dopo, a seconda di dove arrivi, c'è Vasciano, c'è Vacone, col suo ristorante solo per due; e nobilmente, sempre nei paraggi, c'è Itieli, pinnacolo inespugnabile, rocca da cui resuscito il passato per la fortuna di poterlo raccontare. Per darvi delle coordinate, dico. So che esistono posti dal genius loci dispettoso - prende e dà
malinconia, cuce e scuce ebbrezza, e sentimenti ingovernabili, se fai
tanto di solcare una piazza dalla luce lunare, o entrare in un caffè al
mattino, che devono ancora portare le brioches, e così quel gesto sembra
inutile. Qui no. Lugnola ha in serbo una felicità
sottile e costante che ti si appiccica ai vestiti, ti chiarisce i
contorni di un desiderio fino ad allora incerto - è capitato: ho
scoperto là cosa voglio scrivere - e una panetteria lungo la strada dove
chiudono alle sei di pomeriggio, ma se suoni il campanello son contenti
di aprirti, perché ci abitano sopra, e hanno finito di sfornare, giusto
in quel momento, crostate fantastiche. L'abbiamo mangiata lì,
spezzandola con le mani, sbriciolando sul patio, attirando passerotti
ardimentosi che saltabeccavano, mentre il sole cadeva rosso nelle tasche
dell'Appennino. La sera - perché è vitale, a ingannare la tristezza del
ritorno, un'altra bellezza attaccata, - un progetto di viaggi e fotografie ci ha conservati allegri. E il silenzio in casa - giovane, non quello severo del mattino - una
volta spente le voci e la tv, era finalmente la culla di un riposo per
anime leggere.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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