E così, di nuovo, è tempo di partire - un viaggio breve, beninteso, una piccola transumanza: la dolce collina che è Itieli, terrazza su una gobba d'Appennino selvaggia e lupesca. Vado per assecondare il sole, che s'è degnato d'alzarsi, finalmente, e per provare a riposarmi un po'. Per questo sistemo nella sacca da marine l'essenziale: un pacco di pasta, passata di pomodoro, crakers, prosciutto sotto vuoto, acqua minerale, caffè, dolcetti. E il computer, per scrivere - che scrivere è riposarsi - e un paio di storie da leggere, ma leggere, tanto basta spostare l'accento. Tutto qua: niente distrazioni social, niente selfie, solo la radura inclinata che affaccia al Censo e come pregio la mancanza delle cose che ho dimenticato in città. Aprile ha questo potere, ai miei sentimenti: mi rigenera, come un toner nel negozio di cartucce, mi spegne il furore di una approvazione che cerco, alle mie parole, con fin troppa premura. Una volta arrivato, il mondo che è stato questa casa, coi suoi fantasmi pudichi, i frequentatori saltuari, mi accoglie, e torno a farne parte come mai andato via. Sono solo eppure le voci si chiamano, le ombre s'appendono ai muri, e rifanno la domenica, quella della giovinezza. Ho una tv scassata, pochi pollici, che s'accende a suo piacere, e per lei vedo la modernità per quel che è: una sciocchezza ingannevole. La distanza in effetti aguzza la vista, e capovolge le priorità: tutto quel che dicono abbia un peso qui svapora, contrisce. Le notizie che arrivano sono le stesse ma arrivano come attutite, debolmente rimbalzano, e non mi faccio sedurre. Essere per qualche ora eccentrico - letteralmente - mi aiuta a capire meglio le combinazioni degli uomini - quando ne sei invischiato hai una visione parziale, cieca. E credo che sia una prerogativa degli artisti - quindi non mia; sia chiaro: non sto parlando di me - intuire meglio il centro delle cose, perché ne sono esclusi. A loro, ecco dunque, agli artisti, darei in mano le redini del mondo - guarda che mi è venuto da pensare dentro a questo crepuscolo. Tipo una missione di pace a Mina, la presidenza del consiglio a Arturo Brachetti. Fate il vostro gioco, direi loro, e dovrebbero essere equilibristi, tenori, amazzoni, suonatori di violino, lettori di tarocchi. Ministri, presidenti, capitani d'industria: quello, io, li farei diventare. A farci guidar dall'estro, dalla temerarietà, non avremmo che da guadagnarci. E questo è quanto, che gli spaghetti sono in tavola.
Mi piace star qui con te a ragionare di aiole e di mare. Che il giardino andrebbe curato di più e che il mare è troppo lontano per comprarci casa. Mi piace star qui con te a non contare il tempo, mentre fuori passa furibondo, rendendo infelici gli uomini. Il brutto mondo rimane al di là di questo palco, persino oltre la platea. Ci sono storie che ho sentito raccontare dai miei ragazzi, quando erano loro a far lezione e io spalancavo le orecchie, incoraggiandoli alla narrazione. No, era più un'istigazione a delinquere, le cose migliori che ho potuto insegnare sono quelle che si configurano come reati. Le storie erano tante ma a un certo punto si mischiavano in una, come le onde del mare che a riva diventano un frangente compatto. Vuoi sentirla? Parla di due persone che si amano ma non se lo dicono, e di altre due che non si amano e si giurano ogni giorno amore eterno. Però non sono quattro persone, come potrebbe sembrare, ma soltanto tre perché una fa parte sia della prima che della...

Commenti
Posta un commento
Grazie per aver commentato il mio post