Passa ai contenuti principali

Un milione e ottocentomila

Gianni Berengo Gardin - grande fotografo quasi novantenne - ha raccontato a Edoardo Albinati di aver imparato la poetica dell'inquadratura leggendo da giovane Simenon. E anche Hemingway, e Dos Passos, e certi altri scrittori poderosi che gli hanno insegnato come far entrare nello scatto solo ciò che è necessario alla narrazione, e niente altro. Dà da pensare, un'ammissione così. Tanto per cominciare fa capire a noi scribacchini quanto l'essenzialità sia indispensabile a una buona storia: avevo un amico che non scriveva malaccio, ma annacquava tutto mostrando ciò che era già evidente, si dilungava sul già detto, e così facendo perdeva mordente, e l'asciuttezza necessaria a qualunque romanzo di pregio. L'altra cosa che mi è zompata in mente, a sentire quel mago dell'immagine, è che l'intreccio delle arti è un fatto che non dovrebbe essere solo casuale ma incoraggiato. Contaminazione, parlo di questo, ed è una cosa buona e giusta, mi sa. Letteratura e fotografia si suggeriscono a vicenda mondi e avventure, allora, ma anche stili, forme, in una parola: estetica. Cavolo, non è una cosa grandiosa? Perché non c'è profondità, temo, senza una curiosità che sia il più possibile universale, che saltabecchi in giro in cerca di stimoli - i canoni di un'arte, del resto, spesso son buoni anche per un'altra - e che non si riempia di suggestioni eccentriche, trasversali. In questo senso, Berengo Gardin la sa lunga, e non solo per gli anni che si porta addosso. Sa per esempio che nella poetica di un artista non ci finiscono solo gli intellettualismi ma al contrario anche tutto ciò che è popolare, e che può acquistare luminosità, se opportunamente lavorato. Tipo le figurine che la Liebig pubblicò tra il 1872 e il 1975, e che per il fotografo hanno rappresentato il primo contatto con le vicende narrate - ne possiede una di quelle collezioni che su ebay vendono a peso d'oro - e lo hanno fatto innamorare delle storie raccontate per immagini. Guarda tante volte una passione la nascita tenera che vanta. Che poi la cosa più stupefacente di tutta la faccenda è un'altra: un calcolo. Albinati a un certo punto gli chiede di poter dare un'occhiata al suo archivio. Il fotografo gli apre la stanza segreta, e gli rivela che in 62 anni di carriera ha fatto un milione e ottocentomila scatti. E stanno tutto lì, suddivisi per anni - gli anni del pre-digitale - come radiografie all'ospedale, in uno schedario che mette paura, per quanta vita c'è dentro. Un milione e ottocentomila. Non sono nemmeno capace di scriverlo a numero: quanti zeri ci vogliono? Questo fa la differenza, io credo - oltre al talento, d'accordo - tra un professionista e un dilettante: l'ostinazione, la dedizione a immolare una vita intera a un sogno. Uno, e basta. Che, per giunta, è la beffa meglio architettata che si può fare alla morte.

Commenti

Post popolari in questo blog

Niente per sempre

C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e  a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

Febbraio

Mi piace star qui con te a ragionare di aiole e di mare. Che il giardino andrebbe curato di più e che il mare è troppo lontano per comprarci casa. Mi piace star qui con te a non contare il tempo, mentre fuori passa furibondo, rendendo infelici gli uomini. Il brutto mondo rimane al di là di questo palco, persino oltre la platea. Ci sono storie che ho sentito raccontare dai miei ragazzi, quando erano loro a far lezione e io spalancavo le orecchie, incoraggiandoli alla narrazione. No, era più un'istigazione a delinquere, le cose migliori che ho potuto insegnare sono quelle che si configurano come reati. Le storie erano tante ma a un certo punto si mischiavano in una, come le onde del mare che a riva diventano un frangente compatto. Vuoi sentirla? Parla di due persone che si amano ma non se lo dicono, e di altre due che non si amano e si giurano ogni giorno amore eterno. Però non sono quattro persone, come potrebbe sembrare, ma soltanto tre perché una fa parte sia della prima che della...

Lasciar andare

Forse ha ragione Alessandro Baricco quando dice che le cose passate vanno lasciate andare, senza mettersi a rincorrerle, senza trattenerle a tutti i costi, ma se facessimo davvero così, cosa rimarrebbe da scrivere? I compagni di scuola dell'ottantatré, gli occhiali da sole smarriti a Selinunte, gli amori creduti eterni, il sesso allegro con le amiche occasionali, non sono tutti pretesti narrativi di prim'ordine? Se li lasciassimo perdere, la bocca degli scrittori diventerebbe muta, e io non riuscirei a raccontarvi più niente. Io credo che scrivere - o raccontare a voce, che sono sostanzialmente gesti fratelli anche se uno è premeditato e l'altro innocente - sia la superbia più efferata: ti costringe a bagnare nel mito ogni stupido giorno. Se permettessi alle cose di scappare non ne avrei nostalgia, le scorderei, e la nostalgia è quella fune sottile che tiene insieme ieri e oggi, il momento in cui le cose accadono e l'altro, il momento in cui insistono per diventare paro...