Passa ai contenuti principali

L'etrusca


Vanta una bellezza che non muta - che gran fortuna - e un'aria perennemente crepuscolare, come se la vedessi sempre di sera, che il cielo sembra fuliggine, e le ragazze escono dal lavoro, si siedono al caffè con gli uomini e vivono felici la malinconia. Parlo di Tarquinia, l'etrusca, città struggente poiché conserva intatti, senza vuoti, sbavature - ed è fatto raro - certi ricordi prossimi e remoti che avrebbero velleità di romanzo, se solo mi prendessi la briga di scriverne. Sono nitide, al contrario, le stagioni che qui ho attraversato, e sono così chiari i fotogrammi che ne ho troppi, da mettere in riga. Perciò invece del passato - il gatto malandato che trovammo sull'acropoli, e poi dormì con noi, con la tua mano a calmarlo; l'hotel Velcamare, dove mi sarei trasferito armi e bagagli, tanto mi intenerì il suo arredamento liberty; la trattoria che non serviva avventori romanisti, e mi ci trovai a mio agio, e ne ridemmo per un gran tempo - conto il presente: giovedì, che ci sono tornato da solo, dopo millemila anni. Tornare da solo in un posto dove in due sei stato da dio è criminale: per quello l'ho fatto, perché mi piace commettere reati non punibili. Prima il lido, arso da un vento feroce, che mi ha stretto la giacca alle ossa, poi casa di Gastone: la consueta visita all'avamposto vuoto, in via della Bussola - che per fortuna, nonostante la contraerea mi abbia bombardato gli anni, non ho mai perso; quindi l'edicola, stavolta chiusa, dove hanno giocattoli di mare e fumetti di Trillo e Mandrafina - quella accanto all'emporio Bicchierini: lì facevamo la spesa da villeggianti. In capo a dieci minuti ero alla città, un altro hotel, l'ultimo - Tarconte - e una tentazione di pranzo frugale subito rinnegata. Invece, mi sono seduto pacifico al ristorante, col Gioco dell'allegria da leggiucchiare come fosse il libro di un altro, e in attesa delle tagliatelle con salmone e moscardini mi han portate due bruschette, numero che beneaugurava - immagino per la prossima volta - una compagnia assente. In breve è entrata una donna, anche lei sola, in là con gli anni ma nobile, di portamento gentile. Ha parlato un po' con la cameriera, sembravano prese, non badavano a me, cosa che mi ha permesso di fare la scarpetta senza vergognarmene. E infine son salito all'enoteca beffarda - la dico così perché è sempre chiusa, quando arrivo io, e da là alla terrazza di Cardarelli, da dove si scopre un bel tratto di Tuscia, come una bella donna che trovi discinta e se ne compiace, di farsi guardare. Certi nomi di vie mi paiono geniali: via del Convalescentorio, tipo, meritevoli di una sortita in un romanzo, un giorno. E da quel canto dove c'era ci scommetto un ospedale antico, ho riguadagnato Narni, dopo un viaggio leggero e stanchevole, con le canzoni di Bersani a tenermi sveglio il cervello, alla guida.

Commenti

Post popolari in questo blog

Niente per sempre

C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e  a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

Il numero settecento

Mi sono perso. Ho girato a vuoto per certe colline che credevo familiari, il gps non prendeva, nei paraggi nessuno a cui chiedere la strada. Cercavo una certa locanda che in una canzone del settantatré viene cantata come un posto di frontiera,  ero certo esistesse davvero, volevo vedere com'è fatta, che gente la frequenta. Quando stavo per darmi per vinto l'ho trovata. I posti come questo, di confine, io li amo, li eleggo a covili di creatività perché là dentro passano mille venti, centomila viaggiatori, e ogni vento e ognuno di quei viaggiatori ha una storia da raccontare, e a intrecciarle ne viene fuori una inedita che ha in sé tutte le intonazioni delle altre ma una stravaganza solamente sua. Quando finisce il giorno in quegli avamposti lontani arriva il silenzio, le voci smettono di bisticciarsi e io posso abitare una veranda con vista sui campi di girasole come fossi in Alabama, e provare a confessare in libertà quello che ho in testa.  Eccola, l'eucarestia  della sc...

Lasciar andare

Forse ha ragione Alessandro Baricco quando dice che le cose passate vanno lasciate andare, senza mettersi a rincorrerle, senza trattenerle a tutti i costi, ma se facessimo davvero così, cosa rimarrebbe da scrivere? I compagni di scuola dell'ottantatré, gli occhiali da sole smarriti a Selinunte, gli amori creduti eterni, il sesso allegro con le amiche occasionali, non sono tutti pretesti narrativi di prim'ordine? Se li lasciassimo perdere, la bocca degli scrittori diventerebbe muta, e io non riuscirei a raccontarvi più niente. Io credo che scrivere - o raccontare a voce, che sono sostanzialmente gesti fratelli anche se uno è premeditato e l'altro innocente - sia la superbia più efferata: ti costringe a bagnare nel mito ogni stupido giorno. Se permettessi alle cose di scappare non ne avrei nostalgia, le scorderei, e la nostalgia è quella fune sottile che tiene insieme ieri e oggi, il momento in cui le cose accadono e l'altro, il momento in cui insistono per diventare paro...