Passa ai contenuti principali

L'attenzione

Gli accappatoi, quando sei fradicio di doccia, han la sana prerogativa di farti perdere tempo: una manica è nel verso giusto, l'altra nel verso sbagliato. Sempre. Tu lo hai appeso come si deve, la volta prima. Magari eri distratto per un improvviso assalto d'amore, e l'hai buttato là sul lavandino, ma alla fine te ne sei preso cura, e mentre lei ti sorrideva compiaciuta, e si sfonava i capelli, lo hai rimesso al suo posto, sul gancino, con tutta la meticolosità di cui sei ricco. Con le maniche nel verso giusto, soprattutto. Passano un paio di giorni, rifai la doccia, c'è il caso che rifai anche quel gioco magnifico che è saltarsi - allegramente - addosso, e quando vai per indossarlo, niente: una manica al dritto una al rovescio. C'è un fantasma dispettoso che usa la mia vasca da bagno, io credo, e la notte sciala tra sali alla calendula e borotalco, sciupa tutta l'acqua calda e veste tutto quel di mio che trova in giro. Lo possino. E alla fine, all'alba, rimette tutto a posto ma soltanto in apparenza uguale alla sera. Le maniche dell'accappatoio, per esempio, le incasina che è un piacere. Ci si diverte un mondo: è fatto così. Ci pensavo, a questa scemenza, stamattina, che una mia amica mi raccontava di essere multitasking, e di fare cento cose insieme per guadagnare tempo. Io le ho fatto l'esempio dell'accappatoio, che il tempo invece me lo fa dilatare, e specie d'inverno mi gela le ossa, e mi suggerisce parolacce geniali. E lei ha pensato che fosse un danno, questa faccenda. Apparentemente lo è - ho osservato. In realtà mi ricorda di come le cose vadano fatte con attenzione. Del resto, attenzione credo sia una delle parole più capienti dentro cui nascondere un gesto. Vuol dire dedicare tutto quel tempo a quella cosa e basta, senza pensare ad altro, senza distrazioni. Vuol dire anche, spero, saper vivere, almeno un poco. E trarre piacere da ogni episodio che sceneggiamo a beneficio di un solo spettatore: noi stessi. La mia amica ci è rimasta male, a sentirmi così poco moderno. Ha rivendicato il suo vivere di corsa. Se guadagni tempo ok - alla fine le ho detto, - a patto che poi riesci a spenderlo come più ti piace. Altrimenti che te ne fai? Ecco, ci è rimasta male: se n'è andata senza entusiasmo. Mi scuserò regalandole un accappatoio. Purché il marito non fraintenda.

Commenti

Post popolari in questo blog

Niente per sempre

C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e  a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

Il numero settecento

Mi sono perso. Ho girato a vuoto per certe colline che credevo familiari, il gps non prendeva, nei paraggi nessuno a cui chiedere la strada. Cercavo una certa locanda che in una canzone del settantatré viene cantata come un posto di frontiera,  ero certo esistesse davvero, volevo vedere com'è fatta, che gente la frequenta. Quando stavo per darmi per vinto l'ho trovata. I posti come questo, di confine, io li amo, li eleggo a covili di creatività perché là dentro passano mille venti, centomila viaggiatori, e ogni vento e ognuno di quei viaggiatori ha una storia da raccontare, e a intrecciarle ne viene fuori una inedita che ha in sé tutte le intonazioni delle altre ma una stravaganza solamente sua. Quando finisce il giorno in quegli avamposti lontani arriva il silenzio, le voci smettono di bisticciarsi e io posso abitare una veranda con vista sui campi di girasole come fossi in Alabama, e provare a confessare in libertà quello che ho in testa.  Eccola, l'eucarestia  della sc...

Lasciar andare

Forse ha ragione Alessandro Baricco quando dice che le cose passate vanno lasciate andare, senza mettersi a rincorrerle, senza trattenerle a tutti i costi, ma se facessimo davvero così, cosa rimarrebbe da scrivere? I compagni di scuola dell'ottantatré, gli occhiali da sole smarriti a Selinunte, gli amori creduti eterni, il sesso allegro con le amiche occasionali, non sono tutti pretesti narrativi di prim'ordine? Se li lasciassimo perdere, la bocca degli scrittori diventerebbe muta, e io non riuscirei a raccontarvi più niente. Io credo che scrivere - o raccontare a voce, che sono sostanzialmente gesti fratelli anche se uno è premeditato e l'altro innocente - sia la superbia più efferata: ti costringe a bagnare nel mito ogni stupido giorno. Se permettessi alle cose di scappare non ne avrei nostalgia, le scorderei, e la nostalgia è quella fune sottile che tiene insieme ieri e oggi, il momento in cui le cose accadono e l'altro, il momento in cui insistono per diventare paro...