Se prendo a camminare forte e rinnego la stanchezza, e ignoro le suppliche dei muscoli, finisce che mi ritrovo, a sera - allo sfinimento - lontano dalle querele degli esseri umani, lontano dalle loro case, dalle autostrade, e precipitando indietro di un paio di secoli sconfino in un posto di alberi fitti, ghiandaie che ci attrezzano nidi spericolati, e nessun sentiero più da assecondare. Sono allora, e finalmente, irrintracciabile, e dagli essere umani stessi e dal campo di qualsiasi cellulare. A quel punto respiro, faccio un po' di stretching, mi siedo sugli anni circolari di un tronco schiantato e immagino come sarebbe costruirci casa, tra quei paraggi. La mia immaginazione personale, affamata di paura sin da ragazzino, avrebbe di che saziarsi: una volta incontrerei il lupo loquace; una volta uno sposalizio di libellule; una volta - nella radura - il cerchio delle fate, e là mi apposterei, notturno, per soprenderle in balli e suoni di ocarine. Eccola l'ampiezza della mia vita, vissuta, una buona volta, non più solo in lungo ma in largo, non solo procedendo ma sostando, apparecchiando di spuntini un prato, facendo caso agli agrifogli spezzati, segno del passaggio di un Mazaròl o di un Barabanén - suscettibili esserini della cui amicizia fidarsi giusto un poco. Guardatemi, porto con me l'essenziale: un sacco a pelo, zolfanelli per la lanterna, sandwiches di pollo e insalata, La danza degli gnomi di Gozzano - per ingannar l'attesa delle visite fantastiche. La notte mi copre, a un certo punto, come per cancellarmi - e agli occhi del mondo e alle mire di dio, stravaganti e ambigue, E se fossero la Puglia, la Basilicata, coi loro appennini aspri; o viceversa il Trentino colle sue gole perenni, che importa? Tra il fogliame muffoso, la resina che goccia pietrificata, gli scoiattoli che attraversano via dalle strisce pedonali, mi diverto un mondo, a fingere anch'io di far parte della stessa avventura. E se fosse America, se abitassi per un fine settimana le foreste attorno al Bluff Creek - e senza far caso all'inganno già nel nome - mi armerei di coraggio a intuire fuori della canadese la sagoma del sasquatch. Che è sempre meglio lui dei mille mostri che ho lasciato nella civiltà.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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