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Panfilia

Riecco la memoria della culla, mannaggia. Per quanti giri faccia attorno al mondo - che in realtà son giri appena fuori dalle mura - ricasco a ogni ritorno dentro la teglia della mia città, e ne esco bruciaticcio per il troppo amore, come le mani che afferrano una teglia vera dentro a un forno. Oggi a galla ci torna una cartoleria: stava dove adesso c'è un uomo che vende gioielli, e non so se è una metafora della decadenza del romanticismo, o cosa. Le spettre sere d'inverno, fumanti dell'alito di anime in pena, tra via XX Settembre e i vicoli emissari che si ramificano fino all'acropoli stagnava una melma nebbiosa, letteraria - presagio, chissà, del mio povero mestiere. Era in quel preciso istante che uscivo, con un pretesto. Rita a quell'anarchia diceva Dove vai con questo tempo? e io Proprio incontro a lui! e mica capiva: mai. Del resto chi ne capisce di pazzia, tra i savi? Ho bisogno di una matita!, strillavo già sulla porta, e se dovevo per forza giustificarmi, se veniva a controllare, le spezzavo tutte: Vedi? Mi si sono rotte; giuro: vado e torno. M'incappottavo, allora, alzavo il bavero come Jean Gabin e scivolavo leggero giù per il vicolo delle Armi - ha un altro nome ma lo chiamavamo così perché ci nascondevamo le pistole giocattolo, lontano dalle grinfie delle bande di quindicenni, - sfilavo davanti alla falegnameria di Dante, che una volta o due ci regalò delle stecche di legno per fare le fionde con un chiodo e un elastico, e in coda alla strada già la luce della vetrinetta buttava una pozzanghera di chiaro per terra. C'era un gradino rotondo, poi un altro, e una porta che gracchiava, ma solo a spingerla piano, ché se la aprivi svelto non ti faceva dono di alcun gemito, offesa dalla fretta. E al banco una donna gentile, assai anziana, cui non diedero mai la pensione perché a cent'anni ancora stava lì. O magari non la volle, perché era la sua vita, e altrove - va' a sapere - c'è il caso sarebbe morta. Quando toccava a me - che c'era sempre un nugolo di ragazzini e madri meno ansiose di ora - sceglievo la Staedtler con la punta più grossa - mi piaceva fare i margini spessi - e poi gironzolavo muto. Non ci pensavo neanche per il cavolo di tornare subito a casa: là c'era tutto quello che un ragazzino già preda di una neonata malinconia - ignaro di star mettendo via ricordi pesanti per quarant'anni dopo, quando ne avrebbe scritto - poteva sperare ci fosse. Le gomme pane, il Das, i pastelli Giotto; i blocchi Fabriano, Le tigri di Mompracem, la carta da regalo; la Bic a quattro colori, le lavandaie del presepio, le cartelle di cuoio; il diario Vitt, i quaderni di Goldrake, le foderine di plastica azzurra. E tutti quegli oggetti profumavano. Non era il profumo di una singola cosa ma un odore collettivo. Perfino la signora aveva lo stesso odore, quando la incontravi per strada. Oggetti di scena, oggi li sospetto. Oggetti con cui, oggi, faccio scena. Nel teatro dei fantasmi, che era la notte novembrina a Narni, catalogavo - desiderando comprarle tutte - le meraviglie che altrimenti avrei perso. E dietro ognuna c'era già il gesto di una narrazione inconsolabile.









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