E allora tutti quei secchielli sepolti ad agosto, le fate di pasta modellata nei negozi bui, le plafoniere cieche, le scale senza chi le discende, gli avvisi antincendio senza lettori, le macchine del caffè che non sbuffano, i depliant di Gardaland, i tavoli sparecchiati, esistono o non esistono? D'inverno, dico, che gli alberghi chiudono e il mare smonta il teatro e va a dormire. Lo senti - se ci torni a tradimento verso dicembre - che russa e sospira, e vedi che sciacqua la spiaggia con la coda, come fa chi nel sonno scalcia lenzuoli. È un mostro in letargo, imponente, briga per la stagione bella ai nostri danni - lì tra la sabbia e le case bianche colla scritta Affittasi nei mesi estivi. Non c'è nessuno a sfidarlo e lui aspetta, coi suoi abissi omerici, le allegorie che inventiamo per recintarlo nella ragione, gli spaventi di fantasia, tipo immaginare leviatani inarcare il dorso se solo nuotiamo fuori delle acque sicure. Così è questo il nostro errore: la pretesa di gestirlo come le altre cose della vita, quelle che hanno una misura, una dimensione, una misericordia. Invece lui è oltre ogni speranza, ogni calcolo, è il presagio di una malattia, è tutto quello che di orrendo precipita. L'idea che esiste un limite - un'altra sponda - ma non possiamo vederlo ci impazzisce, e minimizziamo, e abbiamo aperto tanti parchi gioco di fronte alla sua bocca, per crederlo una vacanza. Il mare è la notte dell'umanità, la sua rovina, l'invisibile, l'indecifrabile, la sua preistoria, il terrore. Hanno scritto storie in cui lui era sotto e uomini di coraggio sopra, e talora capovolgendo le parti, in tifoni e burrasche, ha inghiottito tutti, e nella sua pancia stanno infiniti cimiteri. Hanno scritto credendo - quei narratori - che fosse un attore come gli altri. Ma lui è il mistero, e il mistero non si dice: si prega. Per cui: lo scampo degli oggetti, questo cerco. Io spero davvero che vivano pur quando non li uso, non li vedo. D'inverno, non svaniscano. Secchielli, fate, plafoniere, scale. Tutta la stiva degli alberghi, la santabarbara dei ristoranti, l'accoglienza delle riviere. Avvisi antincendio, caffettiere, depliant, tavoli sgombri. Sono le povere certezze a cui mi aggrappo davanti a un'idea così insopportabilmente assoluta.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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