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La mia stanza

Quando la notte passa tra le case, sui tetti, e col mantello che porta spegne le candele come noi facciamo colle dita umide, e versa il suo inchiostro su tutti i miei sogni: ecco, è allora che arriva la paura. Le inezie del giorno - i sospetti d'essere stato frainteso, le gelosie controllate, l'ansia per l'emocromo - diventano giganti, imperversano nel petto, e s'acquartierano dentro l'anima. Lì tutto è spaventosamente invincibile, e sarei tentato di scendere a patti con qualunque minaccia pur di ridimensionarla, ma loro non trattano, sono un buco nero che mi inghiotte. Succede oggi - per buona sorte solo a tratti - e succedeva sovente al tempo della svampita fanciullezza, per via che la mia stanza aveva due porte, da una entravano gli incubi dall'altra certi fantasmi senza volto che assistevano feroci al delirio. Fino al 1983 ho dormito in un corridoio, disimpegno tra la cucina e la camera di Rita e Pietro, e se oggi gli sono grato perché mi dà modo di recuperare un'altra memoria misteriosa, è pur vero che di notti complicate me ne ha riservate assai. Però è stata anche la faretra della mia fantasia, quella stanza lunga e stretta, dove senza rendermene conto si costruiva tutta questa immane passione per tante cose che oggi non mi lascia mai senza roba da scrivere. Una freccia erano gli amici - gente  ancora adesso per bene - che di inverno in primavera, di autunno in autunno, abitavano con me quel fortino a leggere, mangiare uova di crema, schiccherare figurine da un ginocchio, fare a guerra per finta e una o due volte a litigare per davvero. Un'altra freccia erano ancora Pietro e certamente Gastone che leggevano Tex facendo le voci - chiocce e aspre, e disperate - dei latifondisti colti con le mani nel sacco, e dei malviventi in fuga, e con le nocche sopra la testiera facevano il galoppìo dei purosangue, in quella storia magnifica di pionieri che vanno verso l'Oregon attraversando il mare d'erba, coi Cheyenne acquattati e i bivacchi dalle fiamme guizzanti. Un'altra freccia ancora erano i miei costumi di carnevale: lì li provavo, in piedi su una sedia, e come in quella canzone di Baglioni tutti intorno - Mara, Rita e Bruna - si affollavano per dirmi come mi stava, accorciare l'orlo, aggiustare il pennacchio di D'Artagnan. Tanta bellezza, giuro, la cui perversa abilità a restare in memoria, come un hard disk incancellabile, mi ha salvato da un destino da idraulico, broker o ministro della pubblica istruzione. E per questo oggi, che ne ho contezza netta, le sono riconoscente.







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