Ho conosciuto la primavera un pomeriggio che non ricordo per quale fantasia spalancai una porta a Sant'Anna e me la ritrovai tutta attorno. Al doposcuola le suore ci portavano in un'aula differente; quella della mattina dava sulla pianura industriale, per il tramite di una finestra che era vietato aprire, come un varco per altri universi. Quella del pomeriggio su un cortile interno con un muro di mezzo metro a contenerlo, e sopra un orto a terrazza e certi alberi fioriti - mandorli e noccioli - a rubare terra al radicchio. In alto - un alto così alto che a me pareva altissimo, per via dei miei otto anni - Narni si raccontava in salita, una casa sull'altra, tipo il lavoro di un manovale gigantesco che avesse posato una pietra sopra quella precedente, più in basso; e quelle pietre si tenevano insieme per miracolo, io credevo, e non capivo come mai non mi cadessero in testa, in mezzo a tutti quei colpi di vento. Andavo di rado al doposcuola, ma non mi dispiaceva. Già allora mi sa che manifestai quella mania di catturare il tempo per poi rigettarlo quando ne avessi avuto voglia - sotto la forma di racconti stenti, resoconti smozzicati - al cospetto di chi non c'era mai stato, in quel cortile, e ne ignorava la meraviglia. La porta che aprii, questo è certo, la aprii disobbedendo. Era chiusa a chiave, per statuto, come la finestra, ma si vede che quella volta una novizia, un'inserviente, se ne dimenticò. Fabrizio, Luca, Lorella, Corrado, dormivano con la testa sopra il banco, le braccia sotto la testa: ci dicevano di riposare così. Sarà stato aprile, il più crudele dei mesi assieme a ottobre. Suor Eleonora si distrasse, o uscì dalla stanza: chi si ricorda. Sono certo che quando la mia mano torse la maniglia di quella porta lei non c'era. E io crebbi per stupore. Si cresce, con emozioni così. Perché un'aria colorata a quel modo - gialla di pollini, vibrante del chiasso di rondini, verde dei riflessi delle foglie nuove - non l'avevo mai vista, né respirata. Ebbi il sospetto di essere sbarcato su un altro pianeta. Le lucertole scherzavano a infilarsi nei buchi del cemento; le ombre delle persiane tagliavano strisce di scuro per terra, parevano stecche di carbone: fui tentato di saltarci in mezzo, per vedere se inciampavo nell'illusione. Poi rientrai, e nessuno s'era accorto dell'audacia, e il profumo tornò il solito: il nostro sudore dolce, i capelli lavati col Johnson's baby, la corteccia delle matite temperate, i pennarelli stappati, il gesso, la stoffa delle tonache, dei grembiuli. L'odore della minestra perenne, poi: quello era come incollato ai muri. E mi parve, ecco, di essere cambiato, come avessi passato un confine. Come fosse morta una parte di me che tanto non mi serviva più. Come l'avessi uccisa io. Omicidio volontario. Della felicità, dell'innocenza. Niente di meno. Da allora cammino su una riga immaginaria che divide due mondi, non del tutto contento non del tutto malinconico, mai, ma sempre invece tutte e due le cose assieme. E questa mezza stagione mi accompagna ancora oggi, che scrivo e presuntuosamente mi chiedo se a qualcuno faccia davvero bene l'inconsistenza di un gesto del genere.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...
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