
Se ne esce col dire che l'estate era povera, ma per davvero, di ogni cosa. Racconta violando la memoria, suggerisce che a confrontare la casa al mare con quella di città sembrava che si fosse finiti in bolletta. Che anziché partire per il mare si partisse per la colonia del brefotrofio, o si andasse sfollati in qualche avamposto di granchi, paludi e petrolio sversato. Samuele Bersani pubblicò questa canzone che dico -
Lato proibito - nel 2009
(Manifesto abusivo, l'album
) e temo che non si sia mai reso conto della sua magnificenza. Non del tutto, almeno. Nel suo primo disco dal vivo -
La fortuna che abbiamo - non c'è, segno che nei concerti l'ha un po' trascurata. Eppure è un ricettacolo perfetto di tenerezze, un filmino in analogico di quelli che girava Gastone quando la domenica smetteva i panni dell'assicuratore e faceva un salto a Santa Marinella. E ci trovava lì, appesi al 1982, a svicolare dagli anni di piombo, a chiedere leggerezza alla vita, e a decifrare i versi di Battiato, con la cassetta che non si inceppava come quella di Samuele a metà di
Cuccuruccuccu ma frusciava al modo di una donna discinta tra i letti degli amanti. Oh la vita com'è rotonda se sai addolcirne gli angoli, e com'è rotonda questa canzone. Com'è perfetta.
È un hula hoop in cui tutto lo spazio è uguale, non ci sono spigoli, e tutta la stretta memoria necessaria occupa la stessa democratica porzione. La bicicletta sull'erba, per cominciare, disarcionata sgommando perché qualcuno ti chiama per spruzzarti Autan - come io ai margini di un mare più fanciullo quando scapicollai in un fosso a rotelle smontate, e mia madre non sapeva se ridere o piangere. O la cabina telefonica/orinatoio; o la ciabatta smarrita, sacrificata a dar calci al Super Tele, e ora reperto archeologico - ci scommetto - sotto la gettata di cemento di una casa che ai tempi non c'era. Una canzone che corteggia i cinque sensi, e poi li sposa: il sapore filamentoso della spremuta non filtrata e della lattuga abitata, l'odore metallico del mercurocromo sulle sbucciature, la vischiosità oscena del primo seme sulle dita, l'arditezza di Soldato blu - la sua locandina scandalosa - che ci tentava ma era vietato ai minori, e il fruscio delle pagine della rivista porno che tenevamo tutti - non solo tu, cantautore - sopra l'armadio più alto. E infine il senso di paura, il senso numero sei. La paura del tempo, che non ci aspetta, ci precede, capisce le cose prima di noi, fa sesso prima di noi, si laurea prima e con voti più alti. Dice Samuele che è un biliardo pendente, il presente, e che va tenuto fermo con la mano. Io non sono capace. Di notte cadevo dal letto anch'io, me lo ricordo, e non è capitato solo una volta. Quelle notti seguitai a dormire sul pavimento, sull'aeroplano dello scirocco, e in sogno vantavo a discolpa della fragilità diurna un gran coraggio. Solo che ogni volta che mi svegliavo, spariva.
La canzone è qui:
https://www.youtube.com/watch?v=IueriwEh6EM
Commenti
Posta un commento
Grazie per aver commentato il mio post