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Gli astronauti


Ancora Gastone che partiva per i suoi viaggi annunciando Vado sulla luna, e io guardavo la sua Alfasud chiedendomi come diavolo potesse entrarci il propulsore al plutonio in quell'abitacolo stretto. Torrida come poche altre estati, quella che divampò nel '72. Specie le domeniche - chissà perché - erano un acquario di aria infocata, come se un cameriere astrale capovolgesse un piatto su un altro per tenere in caldo la pietanza dell'umanità. Non si respirava che in certe stanze - la cucina vecchia - già che i muri sono quelli di un castello e nel vicolo con cui confina non batte il sole dal secolo di Gattamelata. Mi rintanavo lassù, dove d'inverno era un viavai di gente, e cappotti e scoppi di resina, e a luglio un mortorio con un solo abitante: io. Già allora - sciocco che ero - mi piaceva allevare la tenerezza a ceffoni di memoria, tanto che in solitudine ricordavo nostalgico la piena e nel bailamme i miei giorni solitari: ci si nasce, così scimuniti. Comunque la luna di Gastone era più vicina di quanto pensassi, alla fine. Stava appena in capo al Monte, il quartiere di Narni più arrampicato; per chi non è pratico: ai piedi della Rocca, dove il marchese Ruffo aveva acquartierato i suoi vassalli e produceva vino. Ancora oggi - ci sono salito l'altroieri - c'è una cantina e pigiatrici e botti che tradiscono quel gesto di ebbrezza in vendita assai contemporaneo. Dunque una strada, una virgola quasi, che s'apre opportuna - come una pausa in un discorso precipitoso - tra gli ultimi gradini di pietra che a salire ti spezzano il fiato e il piazzale dell'acquedotto, dove giocammo infiniti mondiali fingendoci Bettega, e Johan Cruijff - il Che del pallone - e Rivelino - quelli di noi ch'eran veloci e mancini, almeno.
Gastone catturava istanti. Li imprigionava nella Yashica perché non invecchiassero, li sottraeva alla morte, ed erano oggetti, per lo più, mattoni scuri su un muro bianco, lambrette dalla carena arrugginita, orti improvvisati in un dirupo, parole crociate fermate con un sasso su una panchina - tanto nessuno le rubava, -  tavoli colle tessere a disegnare una scacchiera. Faceva come me, o meglio: io faccio come lui: ci crediamo di governare il caos. A schegge, quel caos, finisce nelle mie parole, finiva nelle sue fotografie. Ed è davvero l'unico sistema che io conosca per trarre conforto, e improvvisare una rotta nell'universo oscuro.

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