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Fotografie

Io sono convinto che le scatole di scarpe lo sanno, che finiranno per essere riempite di fotografie. Fin da quando Rita mi ci portava, nella calzoleria di Orsi, sulla curva davanti alla rampa del cinema, e se la faceva dare - la scatola - nonostante io le avessi già ai piedi - le scarpe nuove - e uscissi con quelle, rifinito come un signorino, beh, fin da allora lei - leggera di cartone ma non sciocca, orgogliosa, anzi - lo sapeva. E anche Rita, sennò l'avrebbe lasciata lì. Prima però - con me marmocchio seduto davanti, su uno sgabello - Orsi infilava il calzante nella conchiglia e capiva se il mio tallone faceva agio; poi col pollice acciaccava la punta, per sentire se i miei alluci toccavano. Se toccavano voleva dire che erano corte, le scarpe, e prendeva il numero più grande, con un gran teatro di gesti e sproloqui da imbonitore. Oggi lo rivedo in certi appioppacroste televisivi, che ti rifilano una porcheria per quindicimila euro convincendoti che hai fatto l'affare della tua vita. Le Primigi Orsi le vendeva più a buon mercato, ma il suo gusto non era soddisfatto finché non dava sfogo a tutta la recita. Più che al denaro teneva al suo pubblico. Quando gli venne il cancro non si perse d'animo, continuò fino all'ultimo giorno a reggere il palco come chi non campa che di commedia e sopravvisse un sacco di più di quanto gli avevano pronosticato i dottori. Intanto io riempivo casa di scatole che a stagioni nervose riempivo - a loro volta - di fotografie, e archiviavo gli anni magri, quelli dolenti, quelli fatui e quelli osceni. Solo che poi li ho dimenticati per un tratto spaventevole, e mi sono ingannato a ricordarli da grande, confondendo miserie con nobiltà, e inverni di sole con primavere di pioggia, e peccati veniali con peccati mortali. Oggi che ne vado in cerca, di certi anni e delle foto che a morsi li raccontano, trovo cose mirabili che non sfigurerebbero in una esposizione universale, tipo mia madre e mio padre in controluce, giovani, discretamente felici, imprigionati in un attimo senza morte dalla Yashica di Gastone davanti alla montagna nell'anno che forse bruciò - chi si ricorda. Ricordo però che quando arse, ed era estate per forza, Gianna Falasco scese giù da noi a guardare le fiamme, a sentirne il crepitìo, che era notte ma quella notte non andammo a dormire. Oggi vorrei ancora vedere giovani i miei vecchi, e vivi e allegri quei troppi buontemponi che sono partiti: l'ho scritto talmente tanto e con tale cattiveria che deve esservi venuto a noia.  Ma seguito a scriverlo per il fatto che ogni volta mio padre e mia madre ringiovaniscono sul serio, hanno ancora la tabaccheria, Gino bussa alla porta col primo gelato dell'anno in mano e quel gelato è per me, Gastone fotografa e quando non fotografa suona Chopin, le storie di Tex sono belle da morire e in televisione danno un sacco di roba che a guardarla non ti fa mai sentire deficiente.

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