
Anche a me piace farlo - testimoniare, dico. Il passato delle cose e la loro luccicanza. Testimoniare e farcire di senso i paraggi. Non già perché mi immagino la vita di chi ci abita - non fa questo il narratore - ma per via che mi corteggia l'idea di come ci abiterei io, là dentro quel patio, affacciato a quel tal balcone assediato dall'edera, sul corridoio costruito nell'arco che giunge due case vicine, e sotto ci passa la festa. Vitorchiano, Sutri, Monte Castello di Vibio, Calcata, Civita di Bagnoregio: vado random e lascio entrare nell'obiettivo del telefono certe immagini di cui sono ladro, e a cui - con una cannuccia da gazzosa, se potessi, strumento dell'infanzia - suggo l'anima. C'è il me ragazzino che gira come una trottola per i posti che gli ricordano quanto è fortunato a scrivere e poterne campare: sono i posti che gli regalano storie a palate; minute, certo, amiche della sua poetica, ma è questo a fare l'onestà di uno scrittore. Come nell'89, aprile, quando tutto dev'esser cominciato, temo. Narni aveva la stessa luce che allaga gli occhi ad altri viaggiatori e li fa innamorare, e comprar casa, a volte. Guardai la mia città uscendo dal vescovado, la sua anima, e a quel modo fu la prima volta. Avevo un niente d'anni, soltanto ventidue, e quel fermo immagine mi si è piazzato dentro, nella cassa toracica, senza che me ne accorgessi, si vede. Oggi l'ho sviluppato, finalmente, nella camera oscura dell'anima; e l'ho eletto - era un prima di cena senza morte, l'origine di questa mia vita essenziale, che viaggio - lei più cara e straziante di qualunque città narrata - permeabile a tutto quel che non si pesa, che non ha utilità, che si vende poco e malamente. Ecco tutto: ora sapete con chi prendervela.
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