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La stanza della musica

Ero anch'io - senza saperlo - un ragazzino uscito da un romanzo di formazione, a quattordici anni. Tempo dopo avrei detto che King mi conosceva, quando scrisse The body, ma era solo una scervellata presunzione. In realtà l'infelice adolescenza è uguale dappertutto, e io non ero speciale come credevo: manco per sbaglio. Comunque mi isolavo - la casa di Narni si presta a chi vuol starsene per i cavoli suoi - e stancavo la pena, diluendola in una gioia liquida e breve; più volte sperimentai le dosi, pesai le polverine, spostai il piatto sulla stadera fino a che inventai un miscuglio delle due sostanze che tormentandomi alleggeriva.
C'è una stanza dove ero re, e che di tanto in tanto mi scappa dalla memoria, come i dettagli di una vacanza piena di vento: ci è ritornata ieri, che salivo in collina al laccio d'una canzone di Concato. Racconta di un uomo che va al mare a febbraio, trova una trattoria aperta, si siede a un tavolo e comincia a mangiare. E mentre mangia legge il giornale, e salta le notizie tristi, e da una finestra chiusa (immagino, non lo dice) guarda la spiaggia spoglia, e il cielo polveroso, le nuvole montate come quinte di legno sull'arenile. A un certo punto rivela a una donna che non c'è: Vorrei che tu fossi qui con me a viaggiare, e io mi sono innamorato di questa familiarità alla mia agrezza dalla prima volta che mi ci sono punto.
Questo forma uno scrittore: la cerca delle tenerezze, capire che in una canzone talora c'è una storia magnifica, e raccontarla vent'anni dopo che l'hai trovata - come sto facendo adesso. Tramite le canzoni più nascoste, più lontane dalla riva - alla traccia nove o dieci di un disco - ho assecondato nefandezze sublimi: l'amore per il mare d'inverno, le case mai più abitate, i viaggi negli stessi posti della giovinezza.
In quella stanza c'era uno stereo la cui puntina, mal bilanciata, pesava troppo sul vinile e rallentava la musica. Ci ho ballato, fatto l'amore, studiato Seneca, patito il freddo, aspettato la primavera. Ci ho suonato il pianoforte e sfogliato riviste sconce. Ci ho preso in braccio mia sorella che era bambina e io ragazzo, ci ho letto in una notte Oceano mare. Probabilmente già tra quelle pagine - su quel pavimento, dentro quella rassicurante palestra - ho capito che amavo le parole più di certe persone - perché messe in un certo modo, incastrate, avvitate le une sulle altre, hanno il potere di dare senso alla mia vita.E dovevo fare qualcosa per dimostrarglielo.


Fabio Concato In trattoria:
https://www.youtube.com/watch?v=hz0GVWiJ_Vs

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