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In trattoria, ma a Narni

La piccola depressione fatua che a volte manifesto la curo - tra gli altri posti - a tavola, dove, a conferma della massima, non s'invecchia o si invecchia al rallenty. Ho il sospetto che l'abbiano coniata ai tempi dei Borgia, ma io me ne infischio, le dò un'accezione positiva e amen. Non che sia un mangione, tutt'altro: spizzico, sbocconcello, o al massimo prendo un'unica portata - ve lo dico caso mai vi venisse l'estro di invitarmi a cena: non rimarrete al verde. Però intuisco che mangiare è cultura, è scegliere il ristorante giusto - quello senza frastuono - salutare i vicini di tavolo, non sollecitare il cameriere - ti ha visto, non ci sei solo te, sta arrivando, -  rievocare con diletto, versarle il vino, sorriderle, guardarsi lieto attorno, ambientarsi, annidarsi rassicurato - come un uccellino implume, - alleggerirsi l'anima. Tutto questo non lo so se c'è nel menu dei ristoranti stellati - li frequento poco - ma certo ne trovo, di tali occasioni di grazia, nelle trattorie di certi lindi giorni narnesi, come oggi, che mi piazzano sotto le bandiere dei terzieri e mi accorgo che sono a casa, e pure se il bicchiere è di Santa Maria la mia fede antagonista se ne fa una ragione. Parlo e lascio parlare; ascolto e lascio ascoltare; ma devo divertirla, meravigliarla, la ragazza che è con me. Guai a raccontarle di guai. Di guai e di vizi, e di lavoro. E mai pretendo di spiegarle la vita, ché non la so per certa, e mai le mie parole sono un esercito più folto delle sue. Piuttosto, le prometto che la porterò al mare appena le va, o in vespa da Milano a Pechino - come ho sentito dire da una canzone. Sarà vero che le donne amano chi le fa ridere, ma ancora meglio chi le intrattiene come dio comanda mentre si mangia. E allora non le chiedo mai Cosa prendi? e non la ammonisco con uno sciocco Non hai ancora deciso? Lascio che le cose accadano con leggerezza, e nel fintanto mi chiedo chi ha dipinto quegli scudi fieri, con lo stemma della città, che stanno sulle pareti. E orecchio le voci, e i discorsi, e i dialetti: il romanesco, il bolognese, il veneto, e m'inorgoglisco di Narni se tanta gente forestiera ci viaggia. Quando arriva la pasta le propongo un assaggio, le metto un po' di maccheroni sul piatto. Senti che buoni - dice; - la prossima volta li prendo anch'io. Ancora un po' di vino, dal calice in due, ancora un'allegria che monta. Odori che arrivano dalla cucina, e fan tornare l'appetito anche ai sazi. Sacchetti di spezie sulle mensole, andirivieni premuroso d'altri camerieri, che ti chiedono se è tutto a posto, se hai mangiato bene. Poi dopo è bello e un poco triste andare via, benché la lieve sbornia ingentilisca il distacco. Due passi e c'è il teatro. Altri due e c'è il museo. Altri dieci da gambero e troviamo il cinema; altri venti in salita e Guarda: i merli della Rocca, dietro quell'albero. Tutto ha le stimmate della bellezza, a quel punto: questa santa modernità che mi ritrova vivo e la gerla dei ricordi orgogliosi che oggi mi è parsa più leggera da issare in spalla.

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