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Quaranta notti

La memoria di un narratore deve essere inquirente, per funzionare. Io nella testa ho Scotland Yard, e non c'è di che vantarsi - ma tant'è -  per via che mi costringe ogni giorno a setacciare il passato alla ricerca di indizi - un brillìo di stagione, un evento gentile, una dolcezza da chi non credevo capace - che non ho ancora raccontato. Ecco per cui che alla luce opaca di novembre, che mi piove in casa come viaggiasse dall'Irlanda brumosa, apparecchio i ricordi e scovo quelli che sono ancora muti. C'è un perverso gusto, a farlo, e una mite presunzione. Tutte e due le emozioni riguardano me, non pretendo che le condividiate. Del resto, non sta in nessun vangelo che si debba scrivere ciò che la gente ha piacere a leggere: i cattivi narratori, lo fanno. I buoni, incorrotti, hanno un ristorante - per restare nella  metafora ghiotta - dove le pietanze il cliente non le sceglie: gli sono imposte. Salvo poi accorgersi - una volta morsicate - che non sono male. Prendo allora il mio taccuino blu e la matita comprata a Recanati e mi appunto quel che è più urgente, quel che non ha ancora avuto pace. Pace, sì, perché quando li scrivi rispettosamente i ricordi s'acquietano, e tu puoi passare ad altre smanie, altri sospiri. Oggi, come quarant'anni or sono, conto e contai quaranta notti a Natale. Non ha senso dire giorni: l'avvento si sgrana di ore notturne, come un rosario buio. È di notte che la stringa della cometa immaginata s'infiammava, come se dio avesse sfregato un prospero su un pianeta scabro; che le fiamme del camino di via della Pigna proiettavano la mia ombra sul muro, e la trasformavano - sulla parete dietro la Necchi di Clara e di sua madre - in teste di folletti allungate; che Rita - quando pioveva l'universo, e fischiava  -  veniva a dirmi "Ohi, stai ancora leggendo?  È tardi" - ma amorevolmente, perché sapeva che il vecchio Scrooge per manifestarsi aveva bisogno di quella scena: una candela di sego, coperte buttate sulle gambe e spiriti lamentosi su per il comignolo. Poi -  che c'entra? - tante volte ho raccontato quella assenza di morte che era il 25 dicembre dei miei pochi anni, e i giorni intorno. Ma è un discorso di particolari, di dettagli. Ogni tanto ne riaffiora uno che è ancora - appunto -  muto, e se non mi sbrigo a farlo parlare scappa. Oggi tocca a un ripostiglio: ecco, la minuzia memore è lui, ci sono arrivato. Se vedeste la casa di Narni - e non è escluso che un giorno vi ci porti - capireste perché quella piccola cantina mi apra in cuore una tenerezza invincibile. Quand'ero ragazzino sapeva di vino sbrodolato per terra, sull'impiantito. Ci tenevamo i boccioni del Tardèl. Mesi fa, di quel vino ho parlato qui: https://sdraiatosuibinari.blogspot.it/2017/08/tardel.html
Gino ci impalcava l'albero davanti, in modo che fino all'undici gennaio - smontavamo tutto solo il giorno dopo la mia festa - quel bugigattolo era bloccato. Un guaio per i beoni; un sollievo per gli astemi: la gran parte di noi. Gino faceva l'albero e il presepio sul pianerottolo - dopo le quindici scale a salire, dalla Flaminia, e prima delle ultime tre a entrare in casa - e io la sera mi ci accucciavo davanti al buio - giusto le stelline intermittenti tingevano di verde, viola e azzurro la scatola del Bauli, vuota e messa lì per scena. Spezzavano l'incanto quelli che a mezzanotte - dopo che avevano chiamato l'ultimo giro di tombola - rincasavano, accendendo il corridoio per vedere dove mettere i piedi. E dicevano "Ecco dov'era Francesco!" E ancora mia madre "Ma stai seduto per terra? Ti raffreddi!" Li perdonavo tutti, per via che sapevo che il mattino dopo sarebbero tornati, e la meraviglia si sarebbe ricomposta. Fino al giorno in cui sono andati via per sempre e non mi hanno detto che era a quel modo.







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