 |
Tables for Ladies - Edward Hopper |
Il sabato sera invernale mia madre mi piazzava dentro la vasca da bagno e ne uscivo che avevo le branchie. Era il settantaquattro o il settantacinque? Tutti e due gli anni, probabilmente, ed altri ancora, attaccati. E comunque fa lo stesso. Quel che importa è che erano parentesi di piccola felicità, congrua alla mia infanzia - non troppo pretenziosa ed anzi schiva - e che quella cerca di agio me la son portata dentro fino a qui, e conto che mi accompagni per tutta la vita.
Stavo in un benessere perfetto, come ora quando con speranza lo indago tra le fatiche immani, le inspiegabili traiettorie della malinconia, le paure assalite. Se c'è un pezzo di tempo sgombro - prima di un salto a scuola, di una spesa alla Coop, di una cosa fatta per forza - me ne impossesso, e ne faccio ricchezza. Il che vuol dire che lo passo come voglio: in macchina a finir di leggere il capitolo lasciato mozzo la sera, stracco di sonno; in vetta a un ponte sopra il nastro blu del fiume, a intonicchiare sottovoce una canzone di Concato; a mangiare
marshmallows in una caffetteria dove non sono mai entrato, come un notaio e la sua stenografa quando staccano, in un quadro di Hopper. Meglio se piove, se il vento alza mulinelli e la gente sorride accigliata, perché il gelo spacca le ossa ma la bufera fa banchetto degli adulti che siamo e ci risputa bambini, che ne avevamo terrore. Vivo minuti tutti miei, e quella parola è nome e aggettivo, perché sono - sì - alcuni
sessanta secondi in fila, ma che siano anche piccoli, pochi, per via che approfittarsene spezza l'incanto. Intorno il mondo si spoglia dei vestiti di scena, e sembra abbassare la voce, per non disturbare. Ai miei otto anni, e ai nove e ai dodici, saltava addosso, di continuo, una cattiva novena, un presagio di palcoscenico. Credevo che i miei fossero attori; e non solo loro: tutti. Credevo recitassero per un qualche assurdo destino e che il mondo intero non fosse che una rappresentazione. Che smetteva se distoglievo lo sguardo. Allo stesso modo, oggi - che so quel sospetto fondato - i panorami di cartapesta, le sagome dei poliziotti, gli idranti di plastica fanno ancora teatro; e le comparse che passano sulle strisce davanti al minimarket rallentano appena non le guardo, sbircio soltanto ma distratto, e si riposano appoggiando la parte per terra, e la piantano - tutte loro - di essere maligne. E io a quel punto me la godo. Ma di una goduria timida, per quella vita breve e nient'altra in più che entra nelle parentesi. Fuori la follia è il meccanismo, la regola. Ma dentro tutto ha una logica, un rischiaro e una spiegazione sincera. E se sono io - se sono stato sempre io - ad ingannarmene, alla fine dell'equazione chi se ne importa.
Commenti
Posta un commento
Grazie per aver commentato il mio post