Avevamo concordato via whatsapp una incredibile rimpatriata, io e i miei due amici più antichi: Luca e Paolo. Non davanti a un distributore del caffè, la telecamera a riprenderci, ma in via Aspromonte, che sembra una canzone di Faber e invece è un vicolo arrampicato di Narni. Così ho chiesto a Rita se faceva un dolce, Che dolce? mi ha concesso e io Il migliore, c'è da chiederlo? Ho incartato la crostata e l'ho fatta sposare al Montecristo, Nettare di Puglia, mi ha garantito il vinaio - e io che so di alcolici quanto di fisica quantistica mi son fidato, pure per via di quell'eco vecchioniana che innamora.
Poi a piedi fino a lassù, per le scale impertinenti dove rotolavano i palloni arancio della nostra infanzia, ma al contrario, per il verso della fatica, fino a reggere l'impaccio del tempo che c'è stato in mezzo tra quel vecchio allora e questo crudo adesso, a sbrigare i convenevoli in un abbraccio, e a ricominciare a vivere insieme come non avessimo mai smesso. Abbiamo rinvenuto una stagione e sortivano lacrime e risa, e pezzetti di ricordi perduti che un altro - a turno - incollava ai vuoti di memoria, e partite di calcio in distributori smessi, sulla strada per Orte, un sabato, con uno dei musicisti italiani più importanti del Novecento, in giacca beige e mocassini, che tirava d'effetto ragionando con Gastone - più in parte: tuta e scarpe da ginnastica - di dodecafonia.
Un pesto di basilico e tartufi, altro vino a scongiurare la mia ostinazione all'acqua, altro piovere di storie passate eppure dentro di noi, eppure in qualche modo vive. Il modellino della 600 che precipita in una scarpata e prende fuoco, in quel filmino temerario di banditi - Non glielo dicemmo mai, a tuo zio, ma si vedeva che era finta, Francé; Gastone che mangia gli spaghetti dell'una alle quattro del pomeriggio, e gli restano tutti incollati alla forchetta; Luca che coniugava come rosa rosae la formazione della Polonia ai mondiali del '74: Tomaszewski in porta e poi gli altri dieci, e io che lo ascoltavo incantato. E tanta altra vita: le bocce a Razzone, la spuma ai cento coloranti che però non ci ha ancora uccisi, la pizza sopra ai termosifoni di ghisa, in quarta elementare.
Se mi si fosse intuita - in una notte di quelle - la vita che ho fatto, il dolore, il disprezzo che l'hanno resa celebre ai miei centoquattro lettori, forse avrei scelto di finirla lì. Al diavolo, però: così facendo non mi sarei potuto godere - dopo trentanove anni di inconoscienza - l'immortalità di una festa. Evento per il quale, fondamentalmente, devo esser sopravvissuto.
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