
Ci aspettava - magrolina e spaurita - nel sottotetto. Le si leggeva diffidenza negli occhi e il passo era cauto, come di chi ha masticato botte e spaventi ogni giorno della vita. Ci prese in simpatia, ma con altera grazia, come discendesse dalla cucciolata di Cleopatra, e quando mangiava, mangiava spizzicando, e lasciando giù la gran parte; poi andava via, senza ringraziare. Io credo ci abbia tollerati fin dalle prime mattine che sfacchinavamo il trasloco, in mezzo ai piedi a curiosare, a intingere la zampa nelle latte di vernice, a capire di che pasta fossimo fatti, se crudele o benevola, e a farci capire che la padrona di casa - volenti o nolenti - era lei. Vive qui da prima di noi, è sterilizzata, è dolce e indipendente, e obiettivamente bellissima. Miagola forte quando vuole spettatori dei suoi crimini: dà la morte civile alle lucertole, agli uccellini implumi, ai topolini innocui di campagna. A volte tento di strapparli dalle sue grinfie prima che li abbia martoriati troppo, e a qualcheduno ho salvato la vita. Mi si intrufola tra le gambe mentre scrivo, ed è come una carezza, un'approvazione: "Bravino, sei bravino - direbbe se potesse parlare. - Che ne dici di infilarci anche a me, in un capitolo?" Mi ha scambiato per Sepulveda, magari. E certe sere ha un muso triste: nostalgia, disincanto o chissà quale altra malattia umana l'avvince. Si aggira per le stanze irrequieta, in certi crepuscoli che tagliano la luce sul pavimento, e dividono l'allegria dalla paura. La nostra paura - la mia - è la sua. Mi sussurra, flirtando col dorso della mia mano, mugolando fusa, che il peggio è passato - per tutti. Che questa nuova casa è una nuova vita. E che lei sta qui a vegliare perché nulla ci accada mai più di abominevole.
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