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Un altro mondo

Certi giorni antichi sono come feritoie sugli spalti di un castello: ci guardi attraverso ma vedi un rettangolo appena di ricordi, un ring verticale dove le memorie si prendono a pugni e quella che resta in piedi - boxeur ostinata - è quella che racconterai. Succede così coi giorni di sole marziano della mia giovinezza, che non ho mai tradito. Il boato di caldo delle due di pomeriggio, predone dell'aria e degli uomini lungo la Flamina, io lo smaltivo all'ombra degli scuri, venti metri sopra quella stessa strada dove abitavo, a sperimentare il tempo immobile e la sua morbosa fascinazione. Aveva un odore - quel lago infocato - di vampa, di rogo nucleare; e un muto suono che attutiva gli altri rumori: i freni ispidi delle biciclette, lo stridìo del cancello delle Poste, il darsi la voce dei carpentieri, sulla ripa di via della Luna. Io stavo. Stavo in una polla di inferno e riandavo con passo da gambero incontro al tempo - già allora era un mio vizio. E la stessa cortina di metallo pesante di un altro luglio, più precoce, accadeva. Ci camminavano dentro: Gastone con le sue pagine di musica e Gino coi coni squagliati in mano; l'Alfetta amaranto di Pietro e il suo abitacolo torrido, parcheggiata storta sulle pietre lisce; i manifesti del circo di febbraio, impecoriti; le lambrette a tagliare l'aria e i centauri a bere brodo. Un altro mondo, era. Lo stesso che in sogno adesso mi riaggalla la casa scura di via Cardoli, l'abbaino che butta luce spenta in cucina, la sala da pranzo col suo odore di pelle di poltrona. Un altro mondo, nel quale vivevo da subalterno, quando la mia vita era proprietà di altri, e in termini di sudditanza pagavo un affitto assai salato. Ma non era tanto peggio di adesso, che sono libero e talora scontento, rottame del passato e accecato dalle sue incandescenti nostalgie.






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