Magari il tempo perso a stare male per colpa nostra ce lo rinfacceranno, e ci diranno che siamo stati stupidi, e ci sarà una tassa da pagare per ogni giorno sprecato in commiserazioni del disastro. Per cui, olé, si vive, e si viva come dio comanda, e difendiamoci come possiamo; io presempio a colpi di parole che ambiscono a vesti nuove, e le stanno cercando, perché non mi contento e sospetto di averne diritto, per quanto - di numero e peso - scrivo. Non posso passar la vita a schernirmi, per via che l'umiltà è cautela savia, ma troppa diminuisce, e non conosco nessuno di buona fama che non abbia la giusta percezione dei propri mezzi. Mi piace scrivere per farmi leggere - un'ambizione allegra; è essenziale che mi facciate sapere che vi ho emozionato, in qualche modo. Con le confessioni di questo blog, arrampicate sui ricordi; coi miei tre romanzi sghembi e spassosi; con le storie che improvviso in pubblico e le sceneggiature che fingo di inventare, tratte su da laghi pescosi che si chiamano Scott Fitzgerald e Garcia Marquez, così diversi tra loro, a pensarci. Ci tocca vivere insomma con baldanza, appena scossi da amici che partono per il viaggio più lungo - molto più che appena, ma non possiamo fermarci a rabbrividire, oppure solo un giorno. E scrivendo - vi giuro: faticando sangue - ho capito non solo cosa volevo scrivere ma perfino come. Ho messo una lente davanti alla vita, ingrandendo tutto quel che valeva la pena. E ho visto a volte deformati i posti che ho camminato, gli amori che ho detestato - per il troppo geloso soffrirne, - e spesso più netti, e chiari. Così ho inventato, innestato. Inventato storie matte innestate di verità, di carne, di dolore che mi ha segato in due, che se fossi un fantoccio sarebbe uscita segatura. Ho scelto il piatto più prelibato: la surrealtà, amica sciroccata, confidente, consumatrice di stramberie come arachidi confettate. Sta lì, invisibile, ai tavolini di un caffè, e mi ascolta, e anche se non la vedo sorride. E per mimesi divento invisibile anch'io, che poi è il destino beffardo degli scrittori. Così la mia vista è più acuta e lontana. E davvero - trovato il campo da gioco - non saprei calcarne altri se non artificiosamente.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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