
Salendo in collina incontro a mezza via una casa che m'infantasisce, giacché in mezzo al tetto s'apre una terrazza dalla ringhiera circolare da cui mi piacerebbe osservare il mondo, e la strada che sgomitola, e i viandanti che rischiano la pelle a costeggiare la ripa. Non mi fermo mai, perché fermarsi vorrebbe dire infatuarsi troppo, e scontentarmi di quello che ho, che non è poco. Pure rallento, e ricordo che là sotto a quella terrazza fino a un po' di tempo fa c'era il forno di un camorrista napoletano che faceva una pizza bianca da premio letterario: una poesia, insomma. Ci venivamo la domenica, fino a che non gli bruciarono il locale, quando già la fine era cominciata ma fingevamo di non accorgerci del baratro, dei bollettini medici da leggere tra le righe. Ancora ricordi, per cui, che credevo mi appesantissero e invece no, il contrario, mi fanno far pace col passato, con le malinconie che ambivano a essere sensi di colpa e coi sensi di colpa che s'auguravano malinconie. Ho barato per troppo amore verso me stesso, sono colpevole, ma senza egoismo non ci sarebbe niente: nessuna donna corteggiata, nessun capezzolo succhiato, nessuna scrittura, nessuna evoluzione, nessuna luce. Io giuro per questo che la vita sia alleggerirsi, come a primavera che ti spogli di una maglia improvvisamente di troppo; delle ansie a intermittenza, dei presagi di malattie che può darsi nemmeno arriveranno, dei rovesci della fortuna, fatua puttana che se si presentasse a Wimbledon farebbe cappotto. E credo che la vita meriti rispetto e un poco di sfrontatezza. Alleggerirsi è sforzo di volontà, filosofia, gioco. Riascoltare un vecchio vinile che non conosce nessuno e insuperbirsi di una bellezza solo tua. Perché la realtà fa orrore, rende mortali, inaridisce la scrittura: sbisacciarsi,
disarcionarla di groppa - una razione, almeno, una porzioncina -
ringalluzzisce i romanzi che scriviamo. I romanzi che siamo. Come
martedì, che stavo a Narni - primo amore tradito cento volte, che mi ama
come non l'avessi mai fatto - e nell'isola del dopopranzo ho buttato
una voce a i miei:
Esco, vado a fare un giro, e mio padre
Vengo anch'io, e sembrava Jannacci resuscitato. Questo entusiasmo, dal bastione inespugnabile che è sempre stato, mi suona inedito, ma vi pare che non l'ho accolto come una grazia tardiva? Così - come quella stessa grazia che chiedi a vent'anni e ti esaudiscono a cinquanta - mi ha portato quasi fossi uno stupido turista per vicoli, perché quando doveva lo ha fatto raramente. E sconfinati da un arco a una discesa disegnata di ciottoli mi è apparso un altro arco, il camminamento di una casa tra il gabinetto e lo studio, un corridoio sospeso, ritinteggiato di rosso bruciato, una resistenza alla morte, una barca rovesciata e pendente sulle teste che rimarrà quando chi l'ha rianimata sarà polvere. Ed era là davanti ai miei occhi come mai visto, come finalmente apparso, il senso del tutto: fare. Ciò che dobbiamo, ciò che sappiamo, ciò che vogliamo.
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