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Sostare

Sostare e so stare io dico che sono fratelli, li hanno separati alla nascita, per via che chi sosta sa stare, lo fa evidentemente per il gusto, come io in un'altra vita, a tavola. E allora ve lo racconto non perché pretendo che vi interessi - anche se lo spero - ma per resistenza. Resistenza al tempo-liscivia che lava i miei ricordi sporchi e me li ridà immacolati, che non ci faccio più niente. Resistenza agli anni, all'avvenire che mi tira la giacca. Io all'avvenire ci tengo, sennò non intuberei tante impalcature, ma voglio andarci con più memoria che posso incollata al sedere. Per cui vi racconto di quella tavola, che erano tante ma sempre la stessa, cambiavano talora i commensali, e quando cominciarono ad assottigliarsi la stanza dov'era si abbuiò, tolsero la tovaglia, e i tarli presero a roderla. Il bello era appunto sostarci, là attorno. Dopo il caffè o appena prima, aspettando che salisse, con le briciole che Pietro rastrellava col coltello, io che rompevo le noci e intingevo i gherigli nel miele, Mauro che parlava di politica e chiedeva se questo o quello erano ancora vivi - lui che viveva già lontano, e gli arrivavano gli echi di Narni come da una frontiera selvatica. 
Le bucce dei mandaranci Gino le buttava nel fuoco, e morendo sfumacchiavano e odoravano, come innocenti al rogo; Gastone scappava al piano, in un'ala gelata di casa, e Bach arrivava lassù, nelle pause di parole. Rita e Gina e Mara spicciavano; rimaneva -  collosa - una scheggia di torrone, il paniere di molliche, e a quel punto qualcuno versava il caffè: tutti bevevano, io annusavo. Lo compravano alla drogheria dove avrei lavorato gratis - garzone da romanzo -  per quegli odori di spezie che mi facevano tenera la vita, e l'aspetto di bottega di Natale anche d'estate. C'è ancora: scrigno per gaudenti incastrato al vescovado, sfregio nell'ipocrisia. Mi ci intossicavo di carrarmato perugina, lontano dagli occhi di tutti. Oggi ci passo davanti col palato nostalgico, e di tanto in tanto entro. E talvolta sosto ancora, alla tavola che si è apparecchiata ai miei anni moderni, e racconto a chi c'è di quelle volte. Non c'erano, c'erano tutte altre persone, mi capiscono e non mi capiscono. Mi sopportano, sorridono, cambiano argomento. Io del resto ho indugiato così tanto a quei dopopranzo che ne trattengo - avido -  il sospetto, il divertimento. Trattenersi e in-trattenersi sono due altri fratelli che si detestano o amano, a seconda delle circostanze. Stavo perché mi rasserenava, ché ero affetto da malinconia già allora - ma intimamente, senza sbrachi. E tutti quelli che arrivavano in ritardo erano un tepore rinnovato, un aggiungere coperti, uno scappottarsi, uno snevarsi. Costruivano - benedetti - il senso intero della mia scrittura di oggi senza averne il minimo sospetto.















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