Passa ai contenuti principali

L'attimo furente

Dopo tanto clamore, risonanze magnetiche a Rieti, Pet a Foligno, oggi mi sono risvegliato qui - sciolto il torpore pomeridiano - in una stanza da letto senape che da su un orto di fichi piccoli e saporiti, solo ma appena per un attimo, e non più perversamente, alle due e ventiquattro di un sabato settembrino. Fino a quattro anni fa e a partire dai tre anni precedenti ogni risveglio era un tuffo in una pena infinita, come se la pena, il terrore, fossero una piscina immane. Chi non ci ha nuotato mai non sa di che parlo, beato lui. Il problema non era dove andare a mangiare, che film vedere, se era il caso di far l'amore due volte nello stesso giorno - cosa che a volte sembrava impudica e per questo sana - ma se le plasmacellule monoclonali avevano colonizzato o no un nuovo tessuto. Lo capivamo dall'emocromo: tre prelievi a settimana. Anzi, ce lo spiegavano, interpretando i numeri come pareva a loro, e tenendo nascosta o svelando - per cinismo, indifferenza - la verità. Come sono arrivato qui, in questa camera da letto senape? Dove ho trovato la forza? Scendo a patti con la memoria, come gettare indietro con un movimento del collo i capelli bagnati per asciugarli al sole, e li rivedo, gli anni. Non tutti e non tutti distintamente; li confondo, sovrappongo. E rivedo Alessandra sul treno, di ritorno da Roma, io a leggere e lei a dormire sul sedile, o il contrario. L'unica volta che presi più di lei cos'era? Antichità medievali? Può darsi, chi si ricorda. Comunque una volta arrivai a trenta e lei a ventotto. Lo stesso esame, dico. Il mio gol della bandiera. E i pomeriggi torridi che sfiancati viaggiavamo a cercare ombra e acqua: me li ricordo, anche loro. E la volta che le dissi Andiamo a vivere insieme, e pensava scherzassi perché mi guardò con diffidenza. 
Io lo so perché non sappiamo il futuro. Perché non avremmo il coraggio di fare quel che facciamo, sennò. E di nemmeno pensarlo. Pure, a quegli anni  magri d'anni vorrei tornarci, col corpo di allora e la testa di oggi. Mio dio, quante volte l'ho scritto, desiderato. Con tutte le cose accadute già in memoria, come un presuntuoso computer. Ma con l'atteggiamento di chi le ignora, e ancora pratica la speranza come una possibilità. Guarderei Alessandra come non l'ho mai guardata, perché saprei di averla persa prima che perfino le cause della perdita si fossero messe in moto. Quelle striature sul fianco, come di chi ha grattato la pelle contro un muro scabro. E sarebbero occhi che non ho mai adoperato, in ventisette anni. E le mie parole sarebbero più opportune, più sincere.
Comunque a un dato momento lo strazio si commuta in furore: e quello è un altro 25 aprile. Un attimo di rabbia e a un centimetro dalla rassegnazione ho capovolto il destino, come un cilindro di sabbia nel secchiello. La camera senape e la pianta di fichi dolci sono altre conseguenze: premi, meriti, io penso. Oppure era anche questo, destino: questa ribellione. E io che mi credo tanto forte non ho fatto che assecondarne l'indecentissimo disegno.









Commenti

Post popolari in questo blog

Niente per sempre

C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e  a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

Febbraio

Mi piace star qui con te a ragionare di aiole e di mare. Che il giardino andrebbe curato di più e che il mare è troppo lontano per comprarci casa. Mi piace star qui con te a non contare il tempo, mentre fuori passa furibondo, rendendo infelici gli uomini. Il brutto mondo rimane al di là di questo palco, persino oltre la platea. Ci sono storie che ho sentito raccontare dai miei ragazzi, quando erano loro a far lezione e io spalancavo le orecchie, incoraggiandoli alla narrazione. No, era più un'istigazione a delinquere, le cose migliori che ho potuto insegnare sono quelle che si configurano come reati. Le storie erano tante ma a un certo punto si mischiavano in una, come le onde del mare che a riva diventano un frangente compatto. Vuoi sentirla? Parla di due persone che si amano ma non se lo dicono, e di altre due che non si amano e si giurano ogni giorno amore eterno. Però non sono quattro persone, come potrebbe sembrare, ma soltanto tre perché una fa parte sia della prima che della...

Processo a mio padre

Davanti casa mia c'è questo marciapiede dritto come una promessa dove mio padre, incamminandosi, diventava papà. Da un anno e mezzo ci abito sopra, se mi affaccio dalla finestra del soggiorno lo vedo, eppure lui non passa mai. Talora mi affaccio anche per guardare se per caso io e lui passiamo insieme ma non è mai successo: magari passiamo zitti quando mi addormento sfinito, e tutto è inutile. Oppure passiamo in certe sere d'aprile verso le otto, quando l'ora legale ha già preso il suo posto nel mondo e il cielo sorride, colle striature bianche a sporcare il celeste, e lui, col chiavistello della tabaccheria in mano, smette di essere quel che solitamente è e diventa l'uomo che vorrei fosse stato. Se è così, mi affaccerò nelle sere d'aprile che verranno, con la speranza rinnovata. Perché quel marciapiede deve avere, nell'impasto del cemento, nei sassi colorati che sembrano di fiume, nel labbro spaccato dai paraurti, il potere misterioso di sciogliere gli uomini e...