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Dieci decimi

C'è una piccola sbalorditiva canzone di Fabio Concato che racconta della malinconia, di un viottolo in mezzo ai muri bianchi di  un paese di mare, della luce che manca nello stesso tratto da quando se ne ha memoria; e di una casa di amici, più in là di quella malinconia ma dentro ancora il recinto della tenerezza, e di lui che ci arriva inatteso, di sera, e gli fanno festa, e si mettono a suonare tutti assieme. L'ho ricantata ieri, a parole stente perché tutte non me le ricordo, e soprattutto sottovoce, per pudore, mentre camminavo sull'acqua di Stifone - non come Cristo: sul ponte di ferro. Che lo so che ci ha un'altra origine, il nome - era un cantiere navale - ma a me piace spiegarmelo col vento, lamentoso, lugubre, che sfantasma d'inverno tra le gole, s'infila nei comignoli e entra senza invito in cucine dall'impiantito a mattoni. Da un po' di tempo sono soddisfatto, e della mia vita e della mia età; se potessi fermarmi mi fermerei ora, non a trent'anni, non a quaranta. Questa è l'epoca in cui la mia vista è più affilata, so più lucidamente cosa mi piace e me ne prendo cura come non ho mai fatto, e ne parlo a ragion veduta - libri, canzoni spietate - e so far tesoro delle sfumature di sentimento, delle mancanze e delle presenze, distinguo i contorni delle cose e il loro centro, e tutto quel che non mi importa - e un tempo sì, mi importava -  lo getto via. Per il tramite di tutta questa eco di assonanze, scrivo, perché una canzone mi riallaccia a un'epoca, ma senza rabbia, non più; una fotografia, un piatto che non mangio da dieci anni, ad anni trascorsi, ma senza disperazione. Il bello del magro talento che ho è che posso disporne a volontà, senza rischi di indigestione, o trigliceridi in trionfo, proprio perché è parco, dietetico. Mi concentro sulle cose che voglio fare - e sono meno di un tempo ma più feroci a reclamare attenzione - e acciuffo per aria i ricordi che il vento mi porta. Ora sono amici, quei rammenti, e li trovo specie nei minuti di luce mogia, incerta tra pomeriggio e sera, a settembre, mese miracoloso. Vedo cose che prima guardavo e basta, e le trovo perfette per la mia indole autunnale: edera arrampicata sulle facciate, polle d'acqua sorgiva in cui azzardare gelidi pediluvi. E ogni volta che da queste scorribande torno a casa, ci torno come da una visita dall'oculista: lui straluna che i miei occhi s'aguzzino un po' di più tutte le volte, si rassegna a sconsigliarmi gli occhiali e mi tratta - stranito perché sta perdendo un cliente - come fossi una giovane lince.





Fabio Concato:

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