
Così resisto, e resistendo aspetto, perché aspettare è altro verbo magnifico, sorridente e fermo. Curiosa, 'sta cosa. Aspettare sottintende un movimento interiore - l'emozione - e pure è azione inanimata, preludio a un bene, intenzione senza dinamismo. Emozione, azione, intenzione. Esistono parole più profondamente umane? Precisamente da giovedì 22 aspetto di rivedermi neonato e ragazzino nei film in bianco e nero di Gastone, che credevo di aver perso in uno dei cento traslochi; invece stanno, me l'ha detto Sara. Stanno nella casa primordiale, Narni, e non ho davvero idea e memoria di come possano esserci finiti. Tant'è. Li riverserò su disco, dalle videocassette che abitano - a loro volta impresse a suo tempo dalle Super 8 - e via: avrò tutto l'inverno severo della collina per farmeli rammentare, e rivedere non solo in nostalgia ma in faccia e voce i miei cari morti. Perché davvero quei film sono la prova dell'esistenza del tempo. Io che ne ho sempre dubitato, a spingere play dubito del dubbio, e scopro che la realtà è proprio quella che si vede, senza zone d'ombra. Al massimo un poco differita, come i comizi dei dittatori sudamericani ai tempi dei colonnelli, in televisione. Vivo una vita registrata, su quelle pellicole, riscovo posti che non esistono più, o talmente smembrati che non li riconosco, pur se li so come le mie tasche. Lo stesso vivo questo tempo - l'autunno dei miei anni quarantanove - con lo scarto impercettibile della frazione di secondo. Mi vedo vivere e un istante dopo interpreto quello che ho visto, come se la cinepresa continuasse imperterrita a girare e io fossi l'inconsapevole primattore. Pare abbia a che fare con la voglia rinnovata di fare le cose, che viene un niente prima di farle davvero. Provoca uno sdoppiamento - di nuovo intenzione/azione - che è visibile a occhi attenti. Come i miei, passatemi la presunzione. Consapevolezza, insomma. Del resto, non fermate in celluloide stanno centomila altre cose: tutte le strade torte che ho risalito fino all'acquedotto, le foto con la neve pendula dagli olivi, l'astronave sopra casa che a me pareva davvero lo fosse - ma era satellite, disse lei; Poirot su Rete 4 il sabato pomeriggio, la tv dei ragazzi con Barbapapà, le figurine degli animali e Rita che dalla tabaccheria la sera d'inverno torna con le bustine e io a sospirarla arrampicato sui vetri appannati; la collezione di Tex scelleratamente regalata a quello del piano di sopra, la mucca Carolina, la rondine precipitata d'agosto tra il muro e il mangiadischi in camera mia, l'acetone comatoso, l'acqua di Lourdes che mia madre mi faceva bere di nascosto; Recanati e due viaggi di nozze sullo stesso colle, la cauta felicità di adesso - perché chi si è ustionato con la vita è diffidente ma cazzuto - mio padre e l'unica gita in due, a Reggio Emilia, il primo seme sulle dita, don Sergio che portava a scuola la sua pecora, i campi di terra rossa dietro lo stadio e il nostro tennis sconclusionato, matematica da studiare a luglio la volta che la Pagliaricci mi rimandò. Tutte cose potenti, tutte, che lo avessero saputo si sarebbero messe in posa, e finite dentro altri chilometri di pellicola. Ma il regista a un certo punto morì, morì il ragazzino Francesco e dal suo corpo rotto è nato un uomo fragile e tosto, tenero che nella sceneggiatura scrissero anche lui morto, e invece a dispetto dei santi ancora in forma. E in cammino eppure fermo ad aspettare che il passato lo raggiunga tutto per ricostruirlo come mai dilaniato.
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