Passa ai contenuti principali

Sciopero

C'è questa smania dell'annientamento, a volte, che mi stringe più del dovuto, e avvilisce le mattine sporche di biacca sopra il mio terrazzo, il dovere di aspettare allegro chi torna da un breve viaggio. Ma è la lontananza - più che il suo tempo - a chiudere lo stomaco. L'idea che la persona indispensabile è a 180 km e se mi occorre qui e adesso è impossibile. Un pensiero del genere è talmente stupido che uccide. Poserei l'occupazione di vivere per vedere che succede, in frangenti del genere. Sciopererei. Per protesta. Smetterei di curarmi dei figli, pagare le bollette, mangiare sano, rigar dritto, caricare il telefono, telefonare a mio padre, comprare i libri di Che tempo che fa, pagare il parchimetro. Smetterei di essere un bravo ragazzo per inaugurare l'era della teppa. Ganzo, potrei perfino scriverne sul serio, mica così. L'annientamento ha di buono che non avrei più a che fare coi film in cui ballano come dei forsennati e si confidano l'un l'altro Se mi cacciano dall'accademia mi uccido; col cibo per cani servito su vassoi di cristallo; con gli stilisti in tv - Carlo ed Enza, o viceversa, non ho capito bene - e le loro complici vittime, che rappresentano tutto quello che un uomo di buon senso e letture possenti combatte per tutta la vita: il nulla, il fatuo, il perculamento altrui senza titolo. Prima dell'ultimo giorno dovrei leggere tutti i libri che ho solo fatto finta, ma una parola appena, come pescare una lettera di pasta dalla minestra, quando ero ragazzino. Da "Opinioni di un clown" trarrei chiacchiericcio; da "Ogni cosa è illuminata" ammiccar; da "Il vecchio e il mare" argenteo. Saprei così tutti i libri che devo senza leggerne nessuno, epperò avendoli violati e in un certo senso letti davvero, come andare con una donna fino in camera sua, annusarne per un istante il sesso e scappar via inorridito, la coda tra le gambe, sconvolto da quell'impegno immane. Alla fine tutte le parole pescate le metterei insieme, alla rinfusa, a formare un altro romanzo, il romanzo dell'insensatezza. E sarebbe - al netto di qualche illusoria vacanza low cost nella felicità a lampi - l'epitaffio perfetto della mia vita.





Commenti

Post popolari in questo blog

Niente per sempre

C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e  a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

Il numero settecento

Mi sono perso. Ho girato a vuoto per certe colline che credevo familiari, il gps non prendeva, nei paraggi nessuno a cui chiedere la strada. Cercavo una certa locanda che in una canzone del settantatré viene cantata come un posto di frontiera,  ero certo esistesse davvero, volevo vedere com'è fatta, che gente la frequenta. Quando stavo per darmi per vinto l'ho trovata. I posti come questo, di confine, io li amo, li eleggo a covili di creatività perché là dentro passano mille venti, centomila viaggiatori, e ogni vento e ognuno di quei viaggiatori ha una storia da raccontare, e a intrecciarle ne viene fuori una inedita che ha in sé tutte le intonazioni delle altre ma una stravaganza solamente sua. Quando finisce il giorno in quegli avamposti lontani arriva il silenzio, le voci smettono di bisticciarsi e io posso abitare una veranda con vista sui campi di girasole come fossi in Alabama, e provare a confessare in libertà quello che ho in testa.  Eccola, l'eucarestia  della sc...

Lasciar andare

Forse ha ragione Alessandro Baricco quando dice che le cose passate vanno lasciate andare, senza mettersi a rincorrerle, senza trattenerle a tutti i costi, ma se facessimo davvero così, cosa rimarrebbe da scrivere? I compagni di scuola dell'ottantatré, gli occhiali da sole smarriti a Selinunte, gli amori creduti eterni, il sesso allegro con le amiche occasionali, non sono tutti pretesti narrativi di prim'ordine? Se li lasciassimo perdere, la bocca degli scrittori diventerebbe muta, e io non riuscirei a raccontarvi più niente. Io credo che scrivere - o raccontare a voce, che sono sostanzialmente gesti fratelli anche se uno è premeditato e l'altro innocente - sia la superbia più efferata: ti costringe a bagnare nel mito ogni stupido giorno. Se permettessi alle cose di scappare non ne avrei nostalgia, le scorderei, e la nostalgia è quella fune sottile che tiene insieme ieri e oggi, il momento in cui le cose accadono e l'altro, il momento in cui insistono per diventare paro...