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Dudley Moore, per chi si chiede chi sia questo signore |
Voi lo sapete meglio di me che nelle nostre case vivono animali invisibili che giocano il tempo a infilarvi le maniche delle camicie nelle maniglie, quando passate, e i cavi degli auricolari nelle scanalature dei termosifoni. Hanno forma dispettosa, ore da perdere a miniere, ronzano e credi sia la vibrazione del cellulare, ridacchiano, ti chiamano -
Francé! - con le voci dei morti, e ti viene un colpo, ma loro scherzano. Si divertono così, acari o quel che diavolo sono, o talora a nasconderti le cose quando sei di fretta, che quando non ce l'hai non ti sparisce niente. Devono essere anche dentro la testa di certuni, per esempio dentro la mela marcita di quel figlio di puttana in Suv che stamattina mi ha inveito contro perché ho messo la freccia e parcheggiato, e gli ho fatto perdere diciotto secondi di vita, l'ho costretto a scalare marce, gli ho chiesto un soffio di pazienza. Stavo davanti con la mia Spark e lui dietro, a muggire bovino in via Campofregoso, non proprio le strade di San Francisco, e non poteva passarmi. Aveva fretta, aveva da stanare la moglie senza mutande con qualcheduno meglio di lui: la signora non avrà fatto 'sta gran fatica a cercare. Io a quel punto me la sono presa comoda e ho finto di non essere capace a entrare in tre metri di strisce blu. Mi piace fare il bravo ragazzo, con chi se lo merita. Però a volte sono distratto, lo riconosco. Me lo rimproverano, gli amici. Pensavo alle carriere che racconto in radio, in questi primi di luglio: quelle degli attori medi, che pochi conoscono e pochi ri-conoscono -
Ma questo non è quello che ha fatto...? Com'è che si chiama? - e fantasticavo su quali altre vite mi sarebbe piaciuto interpretare in vece della mia: quelle di Dudley Moore, Steve Martin, Richard Dreyfuss, Matthew Broderick, ho detto alla fine. Che per inciso sono gli attori poco noti che amo di più. I loro film, certi dico, mi hanno mandato al manicomio delle tenerezze divertenti. Un giorno ve li elenco. Alla fine la fantasia mi ha portato a ragionare su un'altra questione: l'ultima, oggi. Ha a che fare col lavoro che facevo, quello a scuola. Una roba seria: non è dignitoso che abbia accettato dieci euro l'ora per dieci anni, per insegnare. Avrei dovuto dire no, avere il coraggio che ho oggi a vivere, ma all'epoca non avevo confidenza, con quel sentimento. Se fai una cosa e la fai bene, hai una professionalità, devi farti pagare il giusto. La regola è semplice, non ci vuole tanto a capirla. Meglio non lavorare che lavorare a schiavitù. I servi della gleba sono estinti; dagli acari, parassiti invisibili, bisognerebbe cominciare drasticamente a disinfestarsi.
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